Venerdì 18 Giugno 2021
Querela per diffamazione e istigazione a delinquere dopo un post su Facebook


"Forza d’Agrò paese di corrotti e mafiosi”: sindaco denuncia cittadina, giudici archiviano

di Andrea Rifatto | 07/06/2021 | CRONACA

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I giudici non hanno ravvisato alcun reato

“A Forza d’Agró intestiamo le ville pubbliche a Falcone e Borsellino ma non abbiamo la più pallida idea di cosa significhi vivere nella legalità. Viviamo (anzi vivete) nella merda, in mezzo a corrotti, mafiosi, e siete tutti chi più e chi meno (ahimè) asserviti al sistema”. Parole pesanti, comparse in un post Facebook pubblicato lo scorso 9 luglio da una cittadina, la 29enne Marina Stracuzzi, forzese che vive in Lombardia, a commento di una notizia data dal nostro giornale, ossia la condanna penale del presidente della Pro Loco per una manifestazione non autorizzata in piazza. “Ragazzi della Pro Loco state combattendo a mani nude contro un esercito armato, è dura combattere un sistema colluso e marcio - ha scritto tra l’altro la giovane - fate girare il più possibile perché il mio pensiero libero arrivi a chi di competenza. La mafia è una montagna di merda, si accettano denunce, però firmatevi”. E la denuncia è arrivata immediata da parte del sindaco Bruno Miliadò, che ha presentato una articolata querela di otto pagine alla locale Stazione Carabinieri, ritenendo si sia trattato di “un attacco mediatico nei confronti delle istituzioni, ossia del sindaco, dell’Amministrazione comunale e delle altre istituzioni civili e non”,  rilevando “una condotta ascrivibile ai reati di istigazione a delinquere e diffamazione”. Parole che secondo Miliadò rappresentavano “offese destituite di alcun fondamento rivolte a ledere la serietà, l’onorabilità e il lavoro di chi quotidianamente ricopre un ruolo istituzionale ed è deputato alla cura del bene pubblico, nella più assoluta legalità e trasparenza, gravi fatti penalmente rilevanti anche sotto il profilo della istigazione a commettere ulteriori delitti, fatto non tollerabile in una comunità civile di circa mille abitanti”. In sostanza “un invito alla rivolta sociale, alla disobbedienza civile che in un piccolo centro desta viva preoccupazione”, da parte di una giovane che “non ha timore a sfidare le istituzioni con una spavalderia tale da invitare a formulare querela e quindi con la specifica consapevolezza di sapere che il post costituiva fattispecie di reato”. La 29enne veniva definita “un soggetto che tra l’altro non vivendo da tempo a Forza d’Agrò si permette di pubblicare e diffondere frasi altamente lesive, addirittura arrogandosi il diritto di pronunciare il nome di illustri ‘martiri della mafia’ come Falcone e Borsellino per poi paragonare le istituzioni e le persone degli amministratori definendolo corrotti e mafiosi”. Il sindaco chiedeva nella querela anche l’oscuramento del post e/o l’eliminazione dello stesso come misura cautelare.

Sia per la Procura che per il Tribunale di Messina, però, non è stata commessa alcuna violazione. Il pubblico ministero Anita Siliotti ha infatti disposto l’archiviazione perchè “la notizia di reato è infondata, il commento pubblicato su Facebook non è idoneo a configurare il reato di diffamazione, atteso che, nonostante si parli di corrotti e mafiosi, non risulta evidente che si riferisca al sindaco pro tempore” e “se anche si volessero ritenere indirizzate alle istituzioni cittadine, le espressioni sono prive di rilevanza penale, dovendosi ritenere operante nel caso di specie il diritto di critica politica, che si concretizza nell’espressione di un giudizio o di una opinione che come tale non può pretendersi rigorosamente obiettiva. Diritto, garantito dall’articolo 21 della Costituzione, che non impone una valutazione circa la veridicità delle affermazioni utilizzare - scrive il magistrato - quanto piuttosto della correttezza delle espressioni usate”.  E inoltre è stato ritenuto che “quanto pubblicato su Facebook non costituisce una istigazione a commettere reati”. Dopo tale pronuncia Miliadò ha proposto opposizione all’archiviazione tramite il suo legale, l’avvocato Fabio Di Cara, che ha ritenuto le motivazioni del pm “del tutto ingiustificate e prive di fondamento” e ha ribadito che le gravi accuse contenute nel post erano rivolte al sindaco di Forza d’Agrò, in quanto “riguardano in maniera chiara ed esplicita la gestione della cosa pubblica". Di Cara chiedeva quindi di mandare Marina Stracuzzi a processo, quantomeno per diffamazione, e chiedeva di ascoltare a sommarie informazioni alcune persone, ossia il comandante della Stazione Carabinieri Maurizio Zinna, il vicesindaco Massimo Cacopardo, il presidente del Consiglio comunale Piero Bartolone, il capogruppo di maggioranza Emanuele Di Cara e il consigliere dello stesso schieramento Maurizio Brunetto. Il gip Tiziana Leanza, però, ha condiviso le argomentazioni del pm e ha aggiunto che “il tenore, comunque generico, delle espressioni asseritamente diffamatorie non consente di identificare nel querelante il destinatario delle stesse” e che “le espressioni polemiche e sferzanti utilizzate dall’indagata sono riferite genericamente a soggetti appartenenti alle istituzioni senza mai rivolgersi contro soggetti individuati né individuabili”. Dunque “non si ravvisano elementi sufficienti per sostenere proficuamente un’accusa in un eventuale dibattimento ed esercitare l’azione penale”.


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