Condanna per diffamazione, De Luca: "Corte d'appello ha sbagliato, andremo in Cassazione"
di Andrea Rifatto | oggi | CRONACA
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De Luca è stato condannato ad oltre 15.000 euro
Sarà la Cassazione a dire l’ultima parola sulla condanna in sede civile per diffamazione decisa dalla Corte d’appello di Messina nei confronti di Cateno De Luca, con la sentenza emessa dalla Seconda Sezione dopo il rinvio deciso nel 2022 dalla Suprema Corte in sede penale, quando è stata accertata la prescrizione del reato, per la rivalutazione della scriminante del diritto di critica. La sentenza ha stabilito che il deputato regionale e sindaco di Taormina dovrà risarcire il danno alle parti lese, la famiglia Giardina-Ricca di Fiumedinisi, per un totale di 9.000 euro più interessi legali, oltre 6.327 euro per le spese legali, per aver pronunciato la parola “bastardi” nel corso del comizio “Nomi e cognomi” tenuto in piazza a Fiumedinisi nel 2022. Oggi De Luca ha reso noto che la sentenza della Corte d’Appello di Messina non è definitiva, non è passata in giudicato e ha già conferito mandato ai propri legali per proporre ricorso per Cassazione: «La Corte d’Appello di Messina ha applicato in modo errato i criteri normativi della scriminante ex art. 51 Codice penale - afferma il leader di Sud chiama Nord - nel legittimo esercizio del proprio diritto di critica su una questione di pubblico rilievo, peraltro ritenendola differente rispetto alle altre frasi oggetto di contenzioso ritenute “di valenza denigratoria e diffamatoria”. Confido nel fatto che, in tutte le vicende giudiziarie che mi hanno riguardato, la Suprema Corte abbia sempre riconosciuto la legittimità e la correttezza del mio operato, superando le dinamiche maturate in ambito messinese e confermando, nei diversi casi, la fondatezza delle tesi da me sostenute». Ad assistere Cateno De Luca sono gli avvocati Raffaele Tommasini e Carmelo Moschella. In appello i difensori avevano contestato le domande risarcitorie, eccependo che «le parole (estrapolate da parte attrice) “calunniosi accusatori” “imbroglioni” e “bastardi” (...) (quest'ultima solo quale rafforzativo del concetto di imbroglioni e calunniatori") ed i toni utilizzati da De Luca non sono meramente gratuite e sono certamente pertinenti al tema in discussione e proporzionati al fatto narrato e al concetto da esprimere»; secondo la difesa «vanno inquadrate nel contesto in cui si è tenuto il comizio elettorale, quale espressione di un diritto di critica, tenendo conto dei fatti presupposti che sono stati acclarati nei termini pure indicati dal De Luca nel corso del giudizio penale 4700/2009, nel corso del quale era emersa l'attività ingiustamente accusatoria (antecedente e successiva all'arresto del De Luca) posta in essere dai componenti della famiglia Giardina, che esime dalla responsabilità risarcitoria il convenuto, anche perché i fatti denunziati non sono stati ritenuti veritieri» e quindi «le circostanze narrate nel comizio da De Luca avessero certamente un sufficiente riscontro fattuale». La Corte d’appello ha ritenuto invece che il termine “bastardi”, «al là dell’uso gergale spesso usuale nel linguaggio, mantiene comunque in maniera oggettiva una valenza intollerabilmente diffamatoria e del tutto sganciata dalla vicenda presupposta, integrando l’ipotesi di inutile e gratuita aggressione personale, sovrabbondante e non necessaria per esprimere il pensiero critico e di contrapposizione. Trattasi, in definitiva - si legge in sentenza - di un’aggressione verbale gratuita alla sfera morale altrui e di inutile dileggio o disprezzo personale e non sussistono i presupposti per l’applicazione della scrutinante di cui all’art. 51 Codice penale, derivandone la sussistenza ai fini civilistici del fatto illecito della diffamazione ex art. 595 Codice penale, aggravata dal mezzo di diffusione (anche per via televisiva o con piattaforma telematica».













