Domenica 16 Agosto 2026
L'episodio avvenuto durante la Prima Guerra mondiale lungo una rotta commerciale


Silurato al largo di Letojanni e consegnato al mare di Furci: storia del piroscafo Pasha

di Fabrizio Sergi | oggi | STORIA

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Una ricostruzione del piroscafo

Nel mare della riviera jonica messinese si conserva una vicenda legata alla Prima guerra mondiale e alla guerra sottomarina nel Mediterraneo. È la storia del Pasha, grande piroscafo mercantile britannico da quasi seimila tonnellate, silurato il 15 giugno 1917 dal sommergibile tedesco UC-38 mentre era in navigazione da Karachi, allora parte dell’India britannica e oggi in Pakistan, verso La Spezia, con un carico di grano destinato all’Italia. Le coordinate storiche dell’attacco (37°52′N – 15°27′ E) collocano il siluramento nel settore jonico messinese, al largo della costa di Letojanni, lungo la direttrice marittima che conduceva verso lo Stretto di Messina e, da lì, verso il Tirreno e i porti dell’Italia centro-settentrionale. La vicenda del Pasha, tuttavia, non si esaurisce nel punto in cui la nave viene colpita. La memoria materiale del relitto va infatti ricondotta al mare di Furci Siculo, dove il piroscafo risulta censito come nave da carico affondata, con coordinate 37°57′N – 15°27′E, ad una profondità di circa 800 metri e quindi mai ispezionato. Il Pasha non era una nave da guerra, ma un’unità mercantile inserita nelle rotte commerciali e strategiche dell’Impero britannico. Proprio per questo, nel 1917, navi di questo tipo erano diventate obiettivi rilevanti della guerra sottomarina. Il conflitto non colpiva soltanto gli eserciti al fronte, ma anche le materie prime, i rifornimenti e le rotte marittime. Il grano trasportato dal mercantile non rappresentava quindi un semplice carico commerciale, ma una risorsa essenziale per l’alimentazione e per la tenuta di un Paese impegnato nella guerra. La rotta Karachi-La Spezia mostra bene la dimensione globale del conflitto. Da un porto dell’Asia britannica ad un porto strategico italiano, attraverso il Mediterraneo, il Pasha percorreva una delle tante vie marittime che alimentavano lo sforzo bellico dell’Intesa. In questo quadro, i sommergibili tedeschi operavano lungo i passaggi più sensibili, cercando di interrompere il flusso dei rifornimenti. Una nave così grande, carica e relativamente lenta rispetto a un’unità militare costituiva certamente un bersaglio particolarmente esposto. 

Il 15 giugno 1917, al largo di Letojanni, il sommergibile tedesco UC-38, comandato dall’Oberleutnant zur See Alfred Klatt, intercettò il piroscafo britannico. Il siluro colpì la nave e trasformò un viaggio di rifornimento in una grossa perdita. Il mare della riviera jonica, normalmente percepito come spazio di transito e di collegamento, divenne così parte concreta dello scenario bellico mediterraneo. Furci Siculo, come si diceva, entra nella vicenda in un secondo momento, come luogo al quale viene ricondotta la presenza materiale del relitto. E non c’è alcuna contraddizione tra il punto del siluramento e quello del relitto: si tratta di due fasi diverse dello stesso episodio. Prima il colpo al largo di Letojanni; poi la nave compromessa, soggetta all’inerzia, allo scarroccio e al progressivo allagamento dello scafo; infine la perdita definitiva e la deposizione nel tratto di mare attribuito a Furci Siculo, a cinque miglia esatte dall’esplosione. Nell’affondamento morirono tre uomini dell’equipaggio di origine indiana: Mana Rama, Mathura Balu e Sikandar Yasin, che riposano a Mumbai. I loro nomi permettono di riportare la vicenda alla sua dimensione umana, oltre i dati tecnici e geografici. Quei marinai persero la vita davanti alla costa ionica siciliana, lungo una rotta che univa l’Asia all’Europa e che, nel contesto della guerra, era diventata parte del sistema di rifornimento alleato. Il comandante del sommergibile, Alfred Klatt, apparteneva alla generazione di ufficiali tedeschi che utilizzarono la guerra subacquea come strumento di logoramento contro il traffico marittimo. L’UC-38 era un mezzo pensato per colpire senza esporsi, trasformando le rotte commerciali in aree di rischio permanente. Nel Mediterraneo, dove le navi attraversavano stretti, canali e passaggi obbligati, un sommergibile poteva incidere non solo attraverso l’affondamento di singole unità, ma anche costringendo a modificare rotte, tempi di navigazione, sistemi di scorta e strategie di trasporto.

Il caso del Pasha mostra ancora una volta come la riviera jonica messinese fosse inserita, anche se indirettamente, nella grande storia del Novecento. La guerra passava davanti alla costa attraverso navi, carichi, sommergibili e rotte strategiche. Spesso non lasciava tracce visibili sulla terraferma, ma poteva depositare sul fondale testimonianze destinate a riemergere attraverso la ricerca storica, le segnalazioni subacquee e le schede dei relitti. La storia di una nave che non appartiene alla memoria delle grandi battaglie marittime, ma a quella meno appariscente e altrettanto importante della guerra dei traffici, dei rifornimenti e delle rotte commerciali. Sarebbe suggestivo e rispettoso che il nome Pasha, dopo oltre un secolo, potesse oggi essere recuperato anche in chiave culturale e territoriale per utilizzarlo magari in iniziative legate al mare, alla memoria storica o al turismo legato ai paesi rivieraschi. Un nome breve, riconoscibile e carico di storia, capace di collegare la riviera jonica messinese a una vicenda internazionale che, per destino, ha lasciato una traccia nel suo mare.


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