Letterio Santoro da Sant’Alessio, il capomastro che fece rinascere la Vara di Messina
di Andrea Rifatto | oggi | STORIA
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La Vara in un filmato del 1929 e Letterio Santoro
La rinascita della Vara di Messina, dopo la pausa forzata causata dalla distruzione del terremoto del 1908, porta con sé anche un pezzo di storia di una famiglia che custodiva i segreti di quella macchina votiva e che era stata segnata dalla catastrofe di inizio secolo. Una storia che arriva fino a Sant’Alessio Siculo, sulla costa jonica, e che a distanza di 100 anni non è stata dimenticata. Quando nel 1926 il regime fascista ripropose la festa come momento di “resurrezione” della città, lo storico e studioso messinese Gaetano La Corte Cailler venne incaricato di recuperare tutti i meccanismi e i personaggi che costituivano i vari spettacoli e soprattutto la Vara, in quanto profondo conoscitore dei segreti del montaggio e dei meccanismi per azionarla. Ma bisognava ritrovare il meccanico che li custodiva e così venne pubblicato un annuncio sulla Gazzetta di Messina e delle Calabrie. Il suo nome era Letterio Santoro, figlio di Giuseppe Santoro, entrambi meccanici di precisione, fonditori di campane e costruttori di orologi da torre che agli inizi dell’'800 si trasferirono da Gallico (Reggio Calabria) a Messina, città in forte espansione commerciale, continuando l’attività e ricevendo anche l’appalto per il montaggio della Vara, di cui realizzavano i pezzi speciali. Letterio, sposato con Francesca Cammareri di Forza d’Agrò, aveva aperto anche una seconda officina a Sant’Alessio Siculo, che serviva i comuni della zona jonica e della valle dell’Alcantara. Nel 1908, dopo aver trascorso il Natale a Messina con i figli ed i nipoti, era rientrato a Sant’Alessio Siculo con il figlio Francesco, programmando di trascorrere il Capodanno a Forza d’Agrò. «Il terremoto, però, decimò la famiglia Santoro - ricorda oggi il pronipote Franco Santoro, che gestisce un hotel in paese dove sorgeva una tempo la fonderia - e quella notte mio bisnonno Letterio perse due figli, le nuore e quattro nipoti, oltre all’officina meccanica. Ritiratosi a vivere a Sant’Alessio Siculo e rimasto vedovo, continuò a gestire una piccola fonderia insieme al figlio superstite, mio nonno». Nella cittadina del Capo, nel 1926, uno dei pochi a leggere il giornale era il marchese Montaperto, che notato l'annuncio sulla ricerca di Letterio Santoro si recò da don Liu, come veniva chiamato, ormai ottantenne, che da diciotto anni non metteva piede a Messina. E dopo qualche tentennamento, si convinse a rimettersi all’opera e accompagnato dai carabinieri giunse in città, portandosi dietro i famosi pezzi che servivano ad assemblare la Vara e che custodiva dopo essere subentrato al padre, a sua volta custode del montaggio dei meccanismi. Così la maestosa macchina motiva si rimise in moto e il capomastro Letterio Santoro venne portato in trionfo sulla Vara, seduto sulla sinistra a sventolare un fazzoletto bianco, con la sua barba a doppia punta. Si spegnerà nove anni dopo, all’età di 90 anni, a Sant’Alessio Siculo, dove è sepolto con la tomba rivolta verso il cimitero di Forza d’Agrò, dove riposano i suoi familiari periti nel terremoto.













