Mercoledì 21 Ottobre 2020
Proiettato il primo docufilm girato nei centri di identificazione ed espulsione


Frontiere e luoghi di confinamento, incontro al Classico di S. Teresa

18/03/2016 | CULTURA E SPETTACOLI

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L'incontro nel liceo santateresino

Dopo l'incontro a Savoca con il sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini, e con gli ospiti e gli operatori dello Sprar di Calatabiano, il centro di prima accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati, le classi IB, IIB E IIIC e la professoressa Francesca Gullotta del Liceo Classico di S. Teresa di Riva, hanno continuato ad approfondire il tema delle migrazioni contemporanee. Nell'ambito delle attività culturali della “Settimana itinerante del libro”, edizione 2016, contro le discriminazioni e il razzismo, gli studenti hanno incontrato per un dibattito sul tema delle frontiere italiane e dei luoghi di confinamento degli immigrati, Rosario Ceraolo, direttore del Centro di Servizio per il Volontariato (Cesv) di Messina, Tania Poguisch, attivatrice territoriale del Cesv per i Coordinamenti Locali di Comunità (Clc) Zona Jonica, e Maurizio Crisafulli, responsabile Avis di S. Teresa di Riva. È stato presentato e commentato il docufilm sulle frontiere in Italia “EU 013. L’ultima frontiera” di Alessio Genovese e Raffaella Cosentino, il primo film documentario girato all’interno dei Cie, che ha illustrato con dovizia di particolari, l'ergastolo bianco, le giornate trascorse dai migranti nel Centro di Roma, di Bari e nello Ioc Milo, in provincia di Trapani. Istituiti nel 1998 dalla legge sull’immigrazione Turco Napolitano (art. 12 della legge 40/1998), i Centri di Permanenza Temporanea, oggi denominati Cie (Centri di identificazione ed espulsione) sono in Italia 13 strutture detentive, di competenza delle Prefetture, dove vengono reclusi i cittadini stranieri sprovvisti di regolare titolo di soggiorno.
Quello che emerge è il volto oscuro del business dei Centri di accoglienza migranti, dei luoghi dove il diritto è sospeso, dove gli uomini, per una semplice detenzione amministrativa, in quanto privi di regolare permesso di soggiorno, su disposizione della Questura, sono costretti per mesi, fino ad un massimo di diciotto, a vivere in condizioni disumane, alla stregua di "animali in cattività". A seguito del decreto di espulsione, quando non sia possibile eseguire con immediatezza il rientro mediante accompagnamento alla frontiera o il respingimento, a causa di situazioni transitorie che ostacolano la preparazione del rimpatrio o l’effettuazione dell’allontanamento, gli stranieri senza documenti, vengono rinchiusi, infatti, in queste gabbie in attesa di essere espatriati nel paese d'origine, con enormi costi per lo Stato italiano, circa 73 di euro milioni l'anno (dal rapporto "Lampedusa non è un'isola"). Qui il tempo si ferma e le umiliazioni e i maltrattamenti non si contano: dalla mancanza di libertà, all'essere identificati e chiamati con un numero e non per nome, alla coercizione totale e a volte anche alla violenza fisica. In barba alle leggi dello Stato, alle direttive comunitarie e alla Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo, in questi luoghi, la dignità della persona e il diritto alla salute non esistono più e, come afferma uno dei reclusi del Cie, in queste strutture, democrazia, libertà, diritti umani, sono solo parole e la speranza è la prima a morire. Ogni giorno tutti sembrano aver dimenticato che siamo nati non da una mucca ma da una madre, che siamo umani e che la storia dei popoli è fatta per essere ricordata e non per essere rivissuta nella sua parte peggiore. 


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