Neonato morì al Ccpm di Taormina, Asp condannata a risarcire oltre un milione di euro
di Andrea Rifatto | oggi | CRONACA
di Andrea Rifatto | oggi | CRONACA
312 Lettori unici
L'ospedale di Taormina
Una grave cardiopatia congenita alla nascita, una serie di interventi per consentigli una vita serena, un’infezione contratta in ospedale che fa precipitare la situazione fino alla morte all’età di 11 mesi. Un decesso, avvenuto il 19 ottobre 2017 all’ospedale “San Vincenzo” di Taormina, per il quale adesso l’Azienda sanitaria provinciale di Messina è stata condannata dal Tribunale civile a risarcire 1.046.630 euro ai familiari, assistiti dagli avvocati Roberto Di Pietro, Salvatore Miceli, Andrea Calderone e Salvatore Ravidà, ai quali la sentenza emessa dalla giudice Viviana Scaramuzza ha riconosciuto il danno subìto per responsabilità dei sanitari, di cui ne risponde l’Asp difesa in giudizio dall’avvocsto Alessandra Franza. Il piccolo paziente, nato il 24 ottobre 2016 a Taormina, veniva ricoverato poche ore dopo al Centro cardiologico pediatrico del Mediterraneo, dove veniva evidenziata una “infezione da stafilococco aureus” che comportava un peggioramento delle condizioni cliniche, e sottoposto a intervento chirurgico correttivo del difetto cardiologico, con degenza fino al 10 gennaio 2017, quando veniva trasferito nella Terapia intensiva neonatale del Policlinico di Messina per l’esecuzione di un intervento correttivo di ernia inguinale destra. Il 10 aprile 2017 tornava all’ospedale di Taormina, dove veniva sottoposto ad accertamenti medici che non evidenziavano segni di infezione, a conferma di un notevole miglioramento. Dimesso il 21 aprile, rientrava il 12 settembre nel reparto di Cardiochirurgia pediatrica del “San Vincenzo”: sottoposto a due interventi, veniva riscontrata una grave infezione nosocomiale, con necessità di reintervento, oltre che ulteriori germi indicanti inequivocabilmente la presenza di una infezione nosocomiale riconducibile cronologicamente al periodo di ricovero a Taormina, con riscontro anche di elevatissimi valori di procalcitonina. Il 19 ottobre 2017, a causa dello stato settico sviluppatosi, il neonato moriva. I periti nominati dal Tribunale hanno accertato che «la morte del paziente non è stata causata da una errata diagnosi e/o da un errato o non necessario intervento chirurgico da parte dell’equipe medica dell’ente ospedaliero», ma che successivamente all’intervento cardiochirurgico del 14 settembre 2017 si verificava un innalzamento degli indici di flogosi che faceva precipitare le condizioni cliniche, già precarie, del paziente e che una adeguata sterilizzazione del complesso operatorio e dei reparti di degenza avrebbe potuto evitare l’insorgenza del quadro infettivo che aveva condotto al decesso». Secondo i consulenti «la diagnosi del quadro patologico è stata assolutamente corretta e tempestiva e non sono rilevabili errori specifici o incompletezza delle indagini clinico-strumentali effettuate nel corso dei ricoveri presso la struttura nosocomiale»; inoltre «il monitoraggio del piccolo paziente è stato costante ed i trattamenti terapeutici, medici e chirurgici, devono ritenersi adeguati e tempestivi» e ancora «dalla disamina della documentazione si ritiene che siano state adottate, dal personale medico e sanitario della struttura nosocomiale le buone pratiche accreditate dalla Comunità scientifica». Tuttavia «se può escludersi una condotta colposa dei sanitari con riferimento alla diagnosi della patologia, alla scelta e all’esecuzione dell’intervento chirurgico necessario a fronte del quadro clinico del paziente, lo stesso non può dirsi con riferimento al complesso dei comportamenti richiesti all’equipe dei sanitari durante il normale ricovero del paziente in ambito nosocomiale». Per il Tribunale «non vi è dubbio che il personale sanitario abbia posto in essere una condotta colposa tramite omissione, in quanto ha omesso di eseguire quei trattamenti clinici che, secondo il giudizio “controfattuale”, se fossero stati adottati avrebbero evitato (o ridotto significativamente) l’evento morte secondo il canone del “più probabile che non”. A tal riguardo, i periti hanno, infatti, osservato che “certamente l’evento morte è riconducibile al progredire del quadro settico insorto successivamente all’intervento cardiochirurgico del 14 settembre 2017» e dunque «deve ritenersi provata l’esistenza di una condotta colposa omissiva tenuta dai sanitari di Taormina», che si qualifica come «inadempimento contrattuale della struttura sanitaria nei confronti del paziente», e «l’esistenza dell’evento dannoso, consistente nell’aggravamento delle condizioni cliniche per infezione nosocomiale e nella successiva morte», con un chiaro nesso causale.













