Domenica 19 Settembre 2021
Sentenza di primo grado del processo "Fiori di pesco" a carico del clan Brunetto


Mafia ed estorsioni nella Valle dell'Alcantara: 18 condanne per quasi 150 anni di carcere

di Andrea Rifatto | 02/07/2020 | CRONACA

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Il colonnello Mannucci Benincasa e il capitano Maiello

Diciotto condanne per un totale di quasi 150 anni di carcere, per reati che vanno dall’associazione mafiosa alle estorsioni, dai danneggiamenti allo spaccio di droga. Si è chiuso con un pesante verdetto il processo di primo grado scaturito dall’operazione “Fiori di pesco”, che nel novembre del 2017 portò i carabinieri del Comando provinciale di Messina e della Compagnia di Taormina a decapitare il clan mafioso Brunetto attivo nella Valle dell’Alcantara, legato al gruppo Santapaola-Ercolano di Cosa nostra catanese, con 12 arresti tra le province di Messina, Catania, Palermo, Bari e Chieti e anche in Germania. Gli imputati nel processo di primo grado davanti la Prima Sezione penale presieduta dal giudice Maria Scolaro erano 19 e per 18 è arrivata la condanna per pene che ammontano complessivamente a 143 anni e 5 mesi, con una sola assoluzione: condannati Angelo Salmeri di Mojo Alcantara a 20 anni e 10 mesi, Carmelo Caminiti di Francavilla a 12 anni e 6 mesi, Vincenzo Antonino Pino di Malvagna a 12 anni, Antonio Monforte di Castiglione a 11 anni e 7 mesi, Vincenzo Lomonaco di Castiglione, Salvatore Scuderi di Taormina e Daniele Nicolosi a 11 anni, Filippo Scuderi a 10 anni e 9 mesi, Salvatore Coco di Acicatena a 10 anni e 6 mesi, Carmelo Olivieri di Acireale a 10 anni, Alfio Di Bella di Catania a 6 anni, Antonino Salanitri e Antonino Mollica a 4 anni, Carmelo Crisafulli a 4 anni, Giuseppe Minissale e Mariella Cannavó a un anno e sei mesi, Salvatore Minissale a un anno e due mesi (pena sospesa), Carmelo Rolando Patti a un anno e due mesi; assolto Giuseppe Lombardo Pontillo di Bronte con la formula “per non aver commesso il fatto”; assoluzioni parziali Daniele Nicolosi e Salvatore Scuderi e per il primo è stato disposto il non doversi procedere per un capo di imputazione in quanto c’era già stata una sentenza. I giudici hanno inoltre stabilito come pene accessorie per alcuni l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, per altri il divieto di espatrio e il ritiro della patente per due anni, per altri ancora la libertà vigilata. A difendere gli imputati sono stati gli avvocati Ernesto Pino, Cinzia Panebianco, Ilaria Intelisano, Michele Pansera, Salvatore Silvestro, Salvatore Sorbello, Lucia Spicuzza, Graziella Coco, Italo Buda, Tommaso Calderone, Maria Lembo, Dario Bertuccio, Roberta Fava, Lorenzo Trimarchi, Vincenzo Merlino, Maria Logorelli e Rita Pandolfino.

Le accuse. L’indagine, denominata “Fiori di pesco” anche perché in alcuni casi le intimidazioni consistevano nel furto dei frutti o nel taglio degli alberi nei terreni, è stata condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Messina sotto il coordinamento dei sostituti Liliana Todaro e Maria Pellegrino, con la contestazione di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione aggravata dal metodo mafioso, danneggiamento a seguito di incendio e traffico di sostanze stupefacenti. Il reato associativo era contestato a Pino, Caminiti, Monforte, Salmeri, Nicolosi e ai due Scuderi. Secondo l’accusa tutto il gruppo faceva capo al vecchio boss Paolo Brunetto, deceduto durante l’indagine nel 2013 all’ospedale di Biancavilla, che benché sofferente e gravemente ammalato si avvaleva di propri referenti di zona che avevano alle dipendenze gli appartenenti alla cosca. Brunetto era colui che cercava sempre di trovare soluzioni per “difendere” imprenditori che pagavano la loro “protezione” e che, fungeva da “paciere” in occasione di dispute tra gli affiliati. Durante le fasi finali dell’attività fondamentale è risultata essere un’irruzione dei militari durante un summit mafioso nelle campagne di Giarre: in quella circostanza gli investigatori hanno potuto identificare correttamente tutti gli appartenenti alla cosca operativa nella Valle dell’Alcantara ed hanno anche proceduto all’arresto in flagranza di reato di Lo Monaco in quanto, per partecipare a quel vertice, aveva violato la sorveglianza speciale a cui era sottoposto. La complessa attività d’indagine, sviluppata sin dal 2013 dalla Compagnia Carabinieri di Taormina, ha permesso di comprovare l’operatività del clan Brunetto, che sottoponeva ad estorsione i titolari di aziende agricole ed i proprietari terrieri della zona, per ottenere il controllo o la gestione delle locali realtà imprenditoriali nel settore agro-pastorale. Le investigazioni, inoltre, hanno consentito di documentare come il sodalizio si approvvigionasse di sostanze stupefacenti mediante la collaborazione di alcuni soggetti, legati alle famiglie mafiose catanesi, incaricati di rifornire periodicamente la consorteria di ingenti quantitativi di marijuana, che venivano poi commercializzati nelle principali piazze di spaccio dell’hinterland taorminese. Dall’inchiesta è, inoltre, emerso come alcuni degli indagati avessero acquisito la disponibilità di un consistente quantitativo di armi da fuoco, necessarie per affermare il controllo criminale nell’area di riferimento. Nel novembre del 2017 scattarono quindi gli arresti per man dei carabinieri del Comando provinciale, allora guidato dal colonnello Iacopo Mannucci Benincasa, e della Compagnia di Taormina, diretta dal capitano Arcangelo Maiello.

La denuncia. Le indagini dei Carabinieri hanno preso il via nel 2013 quando un dirigente sindacale della Uil, socio di un cooperativa agricola della Valle dell’Alcantara, denunciava ai militari di Taormina che in piena notte ignoti avevano dato alle fiamme due sue autovetture parcheggiate nei pressi della propria abitazione. Il sindacalista riferiva di essere stato vittima di un vile atto di natura intimidatoria a carattere estorsivo da parte di sedicenti malviventi del posto che da diverso tempo avanzavano al suo indirizzo richieste di soldi a titolo di pizzo e segnalava come tali episodi si fossero verificati anche in danno di altre aziende agricole della zona. Dalla denuncia dell’imprenditore i militari riuscivano a raccogliere elementi in ordine ad una serie di atti intimidatori nei confronti di altri imprenditori residenti nella Valle dell’Alcantara, alcuni dei quali avevano sporto denuncia mentre altri no, in quanto preferivano intraprendere un'intermediazione per evitare di subire danni e minacce. I riscontri dei carabinieri permettevano di appurare come gli episodi di danneggiamento posti in essere ai danni di tanti imprenditori della zona fossero riconducibili ad un unico disegno criminoso portato avanti da sconosciuti che stavano colpendo, in quel periodo, commercianti ed imprenditori di Malvagna, Mojo Alcantara e Roccella Valdemone. Le richieste di pizzo si facevano più insistenti soprattutto durante le festività di Pasqua, Natale e in estate. Tra le imposizioni agli imprenditori anche quella di assumere parenti dei componenti del clan all'interno delle aziende agricole. Le indagini hanno “certificato” che l’associazione era diretta da Pino sul territorio di Malvagna, da Caminiti e da Monforte sui territori di Francavilla e zone limitrofe. per imporre il pizzo agli imprenditori agricoli della zona l’associazione mafiosa operava con un metodo ormai consolidato, ossia procedeva al furto dei mezzi agricoli indispensabili all’esercizio dell’attività e successivamente richiedeva ingenti somme di somme di denaro per restituire i mezzi e consentire di riprendere l’attività lavorativa (il cosiddetto cavallo di ritorno). Capitava così che ad un imprenditore di Fondachelli Fantina venissero rubati i mezzi agricoli ad un altro di Roccella Valdemone tre trattori. Altre volte le intimidazioni consistevano nell’appiccare il fuoco al fondo degli agricoltori distruggendolo, come accaduto a Mojo Alcantara. Talvolta il messaggio intimidatorio poteva arrivare anche attraverso il semplice furto del raccolto di pesche. Oppure poteva bastare la consapevolezza della vittima della provenienza della richiesta come nella vicenda della cessione di un terreno a Castiglione in favore di uno degli associati, Monforte. 


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