Venerdì 30 Ottobre 2020
La confessione choc, la lite e la furia omicida: la ricostruzione effettuata dal Gip


Il femminicidio di Lorena, "Ecco come l’ho uccisa": il racconto di quella notte a Furci

di Andrea Rifatto | 03/04/2020 | CRONACA

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Lorena Quaranta

“La gravità dell’azione commessa è spia della sua allarmante personalità, essendosi rivelato del tutto incapace di porre un freno ai propri istinti criminali”. È il profilo che traccia il Gip Eugenio Fiorentino di Antonio De Pace, il 27enne che martedì ha ucciso la sua fidanzata Lorena Quaranta a Furci Siculo, nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere, con l’accusa di omicidio volontario aggravato dalla convivenza e dai motivi abietti e futili, firmata ieri pomeriggio dopo l’interrogatorio nel quale è rimasto in silenzio. Il fermo chiesto dalla Procura non è stato convalidato perché “nessuna emergenza in atti consente di ritenere, con la ragionevole probabilità richiesta, che il predetto stesse per rendersi irreperibile”. Ma per lui si sono comunque aperte le porte della casa circondariale di Gazzi "per il concreto timore che possa reiterare condotte violente". Il Gip parla di “natura violenta dell’indagato”, che ha raccontato quanto è successo ma senza indicare un movente: “Occorre rilevare che non risulta del tutto chiaro il movente che ha animato l’azione delittuosa, profilo che necessita di adeguati approfondimenti: se infatti il cosiddetto dolo d’impeto è compatibile con i motivi abietti e futili, questi ultimi non possono essere integrati soltanto dall’aver agito per vendetta o per mera gelosia”. Allo stesso tempo “appare sostenibile - nei limiti propri di questa fase del procedimento e salvo gli ulteriori elementi che dovranno essere acquisiti - che la determinazione a compiere il reato sia sorta sulla base di uno stimolo esterno così lieve, banale e sproporzionato rispetto alla gravità di quanto commesso, da potersi considerare - sulla base comune del sentire - del tutto insufficiente a determinare la commissione del delitto, costituendo quindi più che la causa dell’agire del reo, un mero pretesto per dare sfogo al proprio impulso criminale. Non solo ha mostrato una particolare efferatezza nella brutale azione posta in essere – prosegue il Gip – ma non ha mostrato alcun segno di resipiscenza nemmeno successivamente tanto da provare a giustificare sostenendo (falsamente come appurato grazie agli accertamenti effettuati) di aver agito in preda all’ansia dovuta alla circostanza di essere risultato positivo al Coronavirus (e, addirittura, proprio contagiato dalla vittima, risultata a sua volta negativa)”. Il giovane infermiere è assistito dagli avvocati Bruno Ganino e Ilaria Intelisano: “La famiglia De Pace è affranta, avrebbe preferito che al posto di Lorena ci fosse il figlio - dice l’avvocato Ganino – non ci sarà nessun braccio di ferro da parte nostra con la Procura di Messina, non abbiamo nominato un consulente di parte e non proporremo riesame contro l’ordinanza di custiodia in carcere, sin da subito abbiamo collaborato con l’Ufficio di Procura”. La famiglia di Lorena è assistita dall'avv. Giuseppe Barba di Favara. 

Il racconto di quella notte
La telefonata al centralino del 112 arriva intorno alle 8.20 di martedì, pochi minuti dopo in via Delle Mimose 12 arrivano i carabinieri di S. Teresa, suonano il campanello al primo piano della palazzina e ad aprire è De Pace, a cui chiedono cosa sia successo: “Ho ammazzato la mia ragazza” dice. Uno dei militari chiede dove si trovi il corpo e il 27enne risponde “di là, nell’altra stanza, in camera da letto”, dove viene trovato riverso a terra – a bordo del letto e in posizione supina – il corpo presumibilmente senza vita di una ragazza, successivamente identificata in Quaranta Lorena. L’infermiere viene quindi fatto accomodare su una sedia all’ingresso dell’appartamento, è ferito al collo e ad entrambi i polsi (da uno perde copiosamente sangue), i carabinieri stringono un pezzo di stoffa al polso sinistro e chiedono l’invio di un’ambulanza del 118. Nel frattempo parla in stato confusionale: “Abbiamo litigato e in uno scatto d’ira l’ho uccisa colpendola con le mani e i piedi”, mentre in merito alle sue lesioni spiega che “me le sono fatte con un coltello che si trova in bagno, mi sono pure messo dentro la vasca piena d’acqua”. Antonio De Pace viene effettivamente trovato vestito con un pigiama, senza scarpe e con gli abiti inzuppati d’acqua. Dice che ha commesso il delitto un’ora prima della chiamata al 112, che non era in quarantena e non soffriva di patologie, così come la ragazza uccisa. Nell’ordinanza viene riportata anche la testimonianza della vicina di casa del piano di sotto, che riferisce “che quella mattina si era svegliata verso le 6 sentendo dei rumori e del vociare e aveva aperto la finestra, immaginando che fossero prodotti all’esterno, ma non era così; allora aveva richiuso la finestra e a questo punto si era resa conto che il vociare proveniva dal piano superiore, quello abitato dai due ragazzi; ‘non sono in grado di riferire sul tenore delle parole, posso solo dire che sentivo gridare e nello stesso momento sentivo anche dei rumori, tipo spostamento di mobili. Il tutto lo sentii per pochissimo tempo, dopodiché non sentii più nulla, quindi mi rimisi a letto'".

Il primo interrogatorio in caserma 
Il Gip ricostruisce poi l’interrogatorio nella caserma dei Carabinieri di S. Teresa, dove De Pace “rendeva dichiarazioni autoaccusatorie, ammetteva la responsabilità dei fatti, riferendo di avere ucciso la propria fidanzata perché in preda all’ansia dovuta all’accertata positività al Coronavirus a lui trasmesso dalla predetta (circostanza poi rivelatasi falsa, come dimostrato dall’esito degli accertamenti effettuati, che hanno acclarato la negatività di entrambi al virus) a causa della quale 'sono uscito pazzo. Aggiungo che ho sbagliato, non voglio aggiungere altro. Ho saputo un venti giorni fa che mi sono ammalato e ho contagiato tutti. Ho contagiato tutti i miei parenti'. Poi spiegava le modalità della condotta, ossia di avere ucciso la propria fidanzata 'se non erro alle quattro o cinque di mattina, l’orario non lo ricordo. Ho usato un coltello, ho usato un piede, l’ho colpita alla testa con una lampada, l’ho colpita con un coltello all’addome e poi è morta. Con una lampada l’ho colpita alla faccia, la lampada era sul comodino. Le mani le ho messe al collo. L’ho affogata. Non ho altro da dire. Il coltello era a lama a seghetto'. Racconta che l’azione era seguita ad un violento litigio: 'La mia ragazza ha reagito, abbiamo avuto una colluttazione e poi l’ho uccisa. È iniziata una lite alle nove di sera circa e poi l’ho ammazzata alle quattro. Avevo litigato perché soffrivo di ansia per il Coronavirus'. Ribadisce che dopo aver ucciso la convivente ha tentato il suicidio: 'Ho tentato il suicidio tagliandomi le vene, mi sono messo nella vasca da bagno per suicidarmi, per affogarmi'. Ieri sera si conclusa l’autopsia sul corpo della povera Lorena: la relazione si avrà non prima di 30 giorni e da lì potrebbero emergere altri particolari, dettagli utili a capire ad esempio se Lorena sia stata picchiata e poi strangolata e se effettivamente sia stata ferita con un coltello all’addome così come ha raccontato De Pace durante il primo interrogatorio in caserma.

Più informazioni: femminicidio furci  


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