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Gli arresti per le false residenze a Forza d'Agrò: al Riesame il primo vaglio sulle accuse
di Andrea Rifatto | oggi | CRONACA
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Dal 20 aprile partono le udienze
Fissate le udienze davanti al Tribunale del Riesame per il primo vaglio sull’ordinanza di custodia cautelare dell’inchiesta sulle false residenze elettorali a Forza d’Agrò, che l’1 aprile ha fatto scattare gli arresti domiciliari per il sindaco Bruno Miliadò, il capogruppo di maggioranza Emanuele Di Cara, l'ispettrice capo della Polizia locale Carmela Bartolone e l'ausiliario del traffico Carmelo La Rocca, mentre al consigliere di maggioranza Pippo Bondì è stato applicato il divieto di dimora in paese. Il collegio difensivo, composto dagli avvocati Tommaso Autru Ryolo, Francesco Gazzara, Fabio Di Cara, Massimo Brigandì, Renzo Briguglio, Bonaventura Candido e Corrado Rizzo, ha depositato le istanze per chiedere la revoca delle misure cautelari e contestare il quadro accusatorio avanzato dalla Procura della Repubblica di Messina, che addebita ai cinque indagati il reato di associazione a delinquere finalizzata al falso in atto pubblico per aver alterato l'esito delle elezioni amministrative del 2024, vinte da Miliadò con 40 voti di scarto, in quanto secondo le indagini condotte dai Carabinieri su 96 richieste di residenza 59 sono risultate mendaci. Si inizierà lunedì 20 aprile, quando i primi due ricorsi ad essere trattati nell’aula della Corte d’appello, davanti al collegio presieduto dalla giudice Letteria Silipigni, saranno quelli riguardanti Bartolone e Bondì; mercoledì 23 toccherà a Miliadò, Di Cara e La Rocca. Nessuna misura cautelare, invece, è stata applicata all'ispettore capo Orazio Maccarrone, in pensione dall’1 aprile, per il quale la sostituta procuratrice Francesca Bonanzinga aveva chiesto gli arresti domiciliari; la gip Ornella Pastore non ha però ritenuto sussistenti i gravi indizi per l’associazione a delinquere, mentre per gli altri capi di accusa non è stata applicata alcuna misura restrittiva. Le esigenze cautelari
Secondo la gip «sussiste il concreto pericolo che gli indagati Miliadò, La Rocca, Di Cara e Bartolone commettano altri delitti della stessa specie» perchè «la diffusività delle condotte delittuose e la loro ripetitività con atteggiamento di assoluta impunità inducono a ritenere che sia attuale e concreto, con grado di probabilità prossimo alla certezza, il pericolo di reiterazione del reato, in quanto gli indagati sono risultati artefici di un sistema illecito volto al conseguimento di interessi personalistici, con Miliadò nella veste di protagonista centrale delle vicende». L’accusa è giunta ad una «valutazione rigorosa della personalità criminale dei principali indagati coinvolti» e ha rilevato il «pericolo che gli stessi, se non sottoposti a misura cautelare, possano fare leva sul potere esercitato e sui numerosi contatti ed intrecci politici emersi e, quindi, operare in concreto esercitando la loro influenza per inquinare il materiale probatorio raccolto ovvero per reiterare fatti analoghi (come la falsificazione di ulteriori atti pubblici)». Dunque secondo la gip per Miliadò, La Rocca, Di Cara e Bartolone l'unica misura idonea a fronteggiare le esigenze cautelari è quella degli arresti domiciliari, mentre per Bondì «le evidenziate esigenze cautelari (sia sotto il profilo dell'inquinamento probatorio, sia per il pericolo di reiterazione dei reati) possono essere salvaguardate con una misura più attenuata, quale quella del divieto di dimora».



















