Sabato 06 Giugno 2026
Il Gip convalida i fermi decisi dalla Procura e non crede alle versioni dei due messinesi


Auto contro giovani a Taormina, i due arrestati restano in carcere: ecco tutte le accuse

di Andrea Rifatto | oggi | CRONACA

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Le folli manovre dell'auto

Restano in carcere i due giovani messinesi fermati il 4 giugno con l’accusa di tentato omicidio in concorso, dopo i fatti accaduti la notte tra l'1 e il 2 giugno fuori dalla discoteca Ipanema di Taormina, quando hanno rischiato di travolgere un gruppo di ragazzi, ferendone due. Ieri il giudice per le indagini preliminari Salvatore Pugliese ha convalidato il fermo disposto dal pubblico ministero Fabrizio Monaco nei confronti di Vincenzo Patera di 24 anni e Manuel Abate di 25, applicando la misura cautelare della custodia in carcere. In mattinata i due, assistititi dagli avvocati Salvatore Silvestro, Giovanni Caroè e Tommaso Calderone, sono stati interrogati dal gip e hanno risposto spiegando di aver incrociato una comitiva di giovani catanesi tra i quali vi era una ragazza in difficoltà, alla quale si sono avvicinati per chiedere se avesse bisogno di aiuto. A quel punto, secondo la loro versione, oltre dieci persone persone si sono scagliate su di loro colpendoli con calci e pugni e a dimostrazione del loro racconto hanno mostrato al giudice graffi e tumefazioni, conseguenza della rissa. Patera e Abate sono quindi saliti sull'Audi A4 Avant, di proprietà del primo ma condotta dal secondo, e si sono lanciati a velocità contro il gruppo di giovani catanesi: «Volevamo solo impaurirli e non investirli» hanno detto durante l’interrogatorio. Ma la loro versione non è stata evidentemente ritenuta attendibile dal gip, che ha confermato il quadro accusatorio della Procura basato sulle indagini condotte dal Commissariato di Pubblica Sicurezza di Taormina.

Le accuse
Patera e Abate sono accusati di tentato omicidio in concorso perchè «ponevano in essere atti idonei e diretti in modo univoco a cagionare la morte di una serie di soggetti, travolgendoli con l’autovettura Audi A4 targata […], lanciata a velocità, cagionando, tra l'altro, a […] lesioni consistite in trauma cranico minore e trauma contusivo mano destra e polso sinistro, giudicațe guaribili in giorni 7, ed a  […] lesioni consistite in frattura quinto metacarpo mano guaribili in giorni 30, con l'aggravante di aver commesso il fatto per futili motivi». Per il gip Pugliese «i gravi indizi di reità emergono in modo chiaro dagli atti investigativi rispetto ad entrambi gli indagati, ai fini del fermo di indiziato. La condotta contestata - l'aver lanciato a folle velocità un'autovettura di grossa cilindrata contro un gruppo di ragazzi, effettuando finanche un'inversione di marcia per puntare, nuovamente, specifici soggetti - integra pienamente l'elemento oggettivo e soggettivo del delitto di tentato omicidio plurimo. La micidialità del mezzo, l'elevatissima velocità con cui è registrato nelle immagini l'impatto e la folle aggressione utilizzando il veicolo (a quella velocità) come arma, e la reiterazione dei passaggi escludono la configurabilità di un mero profilo di colpa generica o stradale, evidenziando il dolo (quantomeno diretto) di attentare alla vita altrui per motivi ritorsivi legati ad una precedente lite o aggressione, certamente verificatasi come anche dimostrano alcuni segni (lividi) sul corpo di entrambi gli indagati». In particolare Patera è stato ritenuto inattendibile per tre motivi: ha dichiarato di essere partito da Messina e di essersi recato alla discoteca Ipanema in compagnia del solo Abate, ma l'analisi dei fotogrammi e delle immagini del sistema di videosorveglianza autostradale (telecamere al casello di Taormina) ha immortalato il transito della vettura con almeno tre soggetti a bordo; ha sostenuto che, al momento del fatto, si trovasse a piedi intento a fuggire verso i caselli autostradali dopo aver subito un’aggressione, versione smentita dalle dichiarazioni delle persone offese e dei testimoni sul posto, che concordano nel riferire che l'auto, nel momento in cui compiva le reiterate e folli cariche zigzagando sulla carreggiata, ospitava al suo interno ben 3 o 4 persone; nessuno dei numerosi giovani sentiti ha confermato il racconto di Patera in merito a una presunta discussione con una ragazza nei pressi dell'auto, sfociata in un pestaggio senza motivo ai suoi danni da parte di sconosciuti, anzi le persone sentite hanno confermato le provocazioni fatte dagli occupanti dell'Audi prima di lanciarsi a folle velocità contro i ragazzi. «Sebbene l'indagato mostrasse escoriazioni al braccio e all'orecchio, tali lesioni sono logicamente compatibili con una rissa che ha in termini altamente probabili coinvolto entrambi gli indagati prima che la spedizione punitiva a bordo dell'auto avesse inizio - sottolinea il gip - e i segni sul corpo sono comunque sintomatici del precedente contatto fisico che, evidentemente e ragionevolmente, ha provocato una reazione di rabbia abnorme che ha portato gli uomini a bordo del veicolo a scagliarsi contro le persone a bordo strada per spirito di ritorsione».

Perchè viene contestato il tentato omicidio
Per il gip «la dinamica dei fatti descritta nei verbali dimostra che non si è trattato di un singolo investimento accidentale o di una manovra colposa dovuta all'alta velocità, bensì di un'azione criminale reiterata più volte con modalità ostinate e mirate». Prima fase (direzione Messina-Catania): l'Audi A4 percorre un primo tratto di strada nazionale zigzagando a folle velocità e puntando deliberatamente un gruppo di giovani appiedati che rientravano alle proprie auto, costringendoli a disperdersi e a trovare riparo tra i veicoli parcheggiati; seconda fase (inversione di marcia e direzione Catania-Messina): il conducente effettua una repentina inversione di marcia e torna indietro nel senso opposto, puntando specificamente la giovane […] (schivata per un soffio grazie all'intervento del […]); terza fase (ulteriore inversione e direzione Messina-Catania): nonostante i ragazzi gridassero di fermarsi, il conducente compie una seconda e improvvisa inversione, si lancia nuovamente nella direzione originaria e punta dritto verso […], travolgendolo in pieno prima di darsi alla fuga in direzione Catania. Il reato di tentato omicidio viene dunque contestato per: l’arma impropria (il mezzo) ossia l'utilizzo di un'autovettura di grossa cilindrata lanciata a folle velocità contro corpi umani costituisce l'impiego di un mezzo dotato di una spiccata ed intrinseca capacità micidiale, del tutto idoneo a cagionare la morte; nel video si vede che l'Audi si scaglia contro le persone, dunque nessun dolo alternativo o eventuale, tanto che per rimettersi in carreggiata, dopo aver colpito il gruppo, deve cambiare repentinamente direzione con rapida sterzata; la pervicacia della condotta (reiterazione) ossia le ripetute inversioni di marcia e i molteplici passaggi dimostrano che l'investimento non è la conseguenza di una perdita di controllo del veicolo, ma l'esito di una precisa e reiterata volontà di colpire i pedoni, configurando un'azione ritorsiva (dolo diretto o quantomeno dolo alternativo di omicidio); l’irrilevanza della prognosi lieve, ossia il fatto che le vittime abbiano riportato lesioni guaribili in soli 7 o 30 giorni non degrada il fatto a lesioni personali: nel delitto tentato, infatti, l'esiguità delle lesioni o l'assenza di ferite letali costituisce un mero dato accidentale, dovute a fattori esterni e indipendenti dalla volontà degli indagati (come la prontezza della vittima nello scansarsi), che nulla toglie all'originaria potenzialità omicida dell'azione orchestrata».

Pericolo di fuga, reiterazione del reato e inquinamento delle prove
Per il gip «l'estrema gravità del reato e l'entità della pena edittale applicabile costituiscono di per sé un potente coefficiente di spinta verso l'irreperibilità. A ciò si aggiunge la condotta post-delittuosa degli indagati, i quali non solo si sono dileguati senza prestare soccorso alle vittime sbalzate al suolo, ma hanno deliberatamente evitato di presentarsi spontaneamente alla polizia giudiziaria pur sapendo - per esplicita ammissione del Patera - che il video dell'investimento con la targa visibile stava circolando in modo virale sul web (Tik Tok). La mancanza di un'occupazione lavorativa stabile o di radicati interessi economici sul territorio oblitera qualsivoglia presunzione di stanzialità, rendendo il pericolo di fuga reale e non congetturale». Inoltre «sussiste un concreto, attuale e preminente pericolo che gli indagati, se lasciati in libertà o sottoposti a misure non custodiali, possano commettere altri gravi delitti della stessa specie, ovvero caratterizzati dall'uso di violenza personale o dall'impiego di mezzi di spiccata potenzialità lesiva». Per il Tribunale «l’impulso ritorsivo e l'accettazione del rischio di uccidere per futili motivi non appaiono come un evento isolato, ma come il riflesso di una radicata pericolosità sociale dei due indagati, la quale esige l'adozione di un presidio cautelare di massima severità, idoneo a neutralizzare efficacemente il rischio che i due giovani possano tornare a i delinquere». Ritenuto sussistente il rischio di inquinamento delle prove perchè «l’indagine ha dovuto fare i conti con un'immediata assenza di collaborazione da parte delle vittime e di diversi giovani presenti sul posto, sintomatica di un evidente clima di timore. Tale atteggiamento omertoso, indotto dal timore di ritorsioni a opera degli indagati, rende il patrimonio dichiarativo dei testimoni estremamente vulnerabile. La scarcerazione degli indagati o l'applicazione di una misura non custodiale consentirebbe loro di rientrare nel medesimo circuito relazionale e sociale delle vittime e dei testimoni escussi - sottolinea il Gip - e ciò comporterebbe l'altissimo rischio di pressioni, minacce, dirette o velate, o tentativi di subornazione volti a indurre i testi a ritrattare o a mitigare la gravità delle dichiarazioni già rese a sommarie informazioni, pregiudicando irreparabilmente la genuinità del futuro dibattimento». Infine «il rischio che gli indagati, direttamente o per il tramite di terzi (familiari o sodali), possano tentare di inquinare i risultati di tali accertamenti, ad esempio intervenendo da remoto sui dati cloud del telefono di Patera sequestrato o alterando elementi di prova non ancora acquisiti, appare concreto». Dunque «solo la custodia cautelare in carcere garantisce l'assoluto isolamento degli indagati, impedendo loro di inquinare le fonti di prova scientifiche e dichiarative ancora in fieri».


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