Mercoledì 26 Febbraio 2020
La denuncia dei familiari dopo ripetute richieste di archiviare l'inchiesta giudiziaria


"Mia madre morta all’ospedale di Taormina: da 7 anni attendiamo che si faccia giustizia”

di Andrea Rifatto | 11/02/2020 | ATTUALITA

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L'ospedale di Taormina e la signora Micalizzi

“In ospedale si deve entrare malati e uscire guariti: il contrario non è ammissibile”. Sono passati sette anni dalla morte della signora Lidia Micalizzi, 71enne residente nella frazione Trappitello di Taormina deceduta il 29 novembre 2013 all’ospedale “San Vincenzo”. Da allora i familiari chiedono giustizia, perché ritengono vi siano responsabilità della struttura sanitaria. La magistratura, però, ha finora archiviato le indagini a carico di sei persone finite sotto inchiesta dopo la scomparsa della donna, morta per stato settico. “Siamo indignati per il silenzio assoluto su mia madre, morta dopo tre mesi di calvario e otto ricoveri urgenti all’ospedale di Taormina – denuncia il figlio Nunzio Valentino dopo la nuova richiesta di archiviazione del procedimento firmata nei giorni scorsi dal pubblico ministero Anna Maria Arena – mia madre era arrivata in ospedale con le sue gambe per semplici problemi renali e poi è morta per setticemia, la vedevamo ogni giorno deperire, vomitare e mi stringeva la mano, con gli occhi lucidi, chiedendomi aiuto. Chiediamo che venga fatta giustizia”. Il procedimento penale aperto dalla Procura della Repubblica di Messina dopo la denuncia dei familiari della signora Micalizzi ha portato a sei indagati tra medici e infermieri del reparto di Nefrologia dell’ospedale di Taormina con l’accusa di omicidio colposo ma l’1 ottobre del 2016 è arrivata la prima richiesta di archiviazione del pm Anna Maria Arena, verso la quale i figli hanno presentato opposizione tramite il loro legale, l’avvocato Elia Costante. Il Gip Tiziana Leanza il 27 aprile del 2018 ha chiesto ulteriori indagini disponendo un supplemento di consulenza tecnica per accertare l’adeguatezza degli accertamenti diagnostici eseguiti in relazione alla sintomatologia della paziente ed eventuali omissioni sulla successiva evoluzione della patologia, con particolare riguardo alla mancata individuazione dell’etiologia della patologia renale da cui la paziente era affetta; la correttezza della scelta di sottoporla a terapia con effetti immunosoppressivi, tenuto conto delle sue condizioni al momento del ricovero, della storia clinica e delle informazioni acquisite; la correttezza in ordine alla decisione di non disporre il ricovero il 18 agosto del 2013 a fronte delle risultanze degli esami di laboratorio; l’incidente causale delle complessive modalità di gestione della paziente rispetto all’exitus finale. Ma il 29 gennaio scorso il pubblico ministero ha chiesto una nuova archiviazione, non ravvisando nesso causale tra la condotta dei medici e la morte della paziente.

La famiglia e il loro legale contestano però queste conclusioni ed evidenziano come anche il consulente della Procura abbia messo nero su bianco che “la condotta dei medici risulterebbe improntata ad una superficialità gestionale clinica e terapeutica della paziente”, quindi a loro dire vi è stata una condotta colposa grave. Inoltre “l’uso di immunodepressori agevolò sia l’insorgenza sia l’evoluzione del processo infettivo, rendendolo di conseguenza più idoneo a dar luogo al successivo grave processo di sepsi generalizzata, responsabile della morte”. Il consulente di parte nella sua relazione ha fatto presente “la non corretta individuazione etiologica ed inquadramento terapeutico, che ben si riflette alla data del 12 agosto quando la paziente viene trasportata in codice giallo al pronto soccorso, dove, nella pur accertata gravità del caso, tale da consigliare il ricovero, lo stesso non venne effettuato per mancanza di posti letto in Nefrologia”. Il 28 agosto la donna fu visitata in day service e ricoverata poi il 31 agosto per “severo squilibrio idroelettrolitici ed iperazotemia”. Il ricovero andò avanti fino al 10 settembre ma non venne formulata una diagnosi della malattia renale, come nella successiva ospedalizzazione dal 25 al 29 ottobre. L’evoluzione verso uno stato di gravità clinica assoluta venne registrato il 28 novembre, quando fu disposto il ricovero per stato settico. La sede dell’infezione e la causa patogena non furono individuate e Lidia Micalizzi morì alle 7 del mattino del 29 novembre per arresto cardiaco. Dopo il decesso non venne però disposta l'autopsia e a sette anni di distanza la famiglia non riesce ad ottenere risposte.


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