L'area archeologica di Scifì, un pezzo di storia dimenticato e un tesoro tutto da scoprire
di Andrea Rifatto | oggi | ATTUALITÀ
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La porzione emersa nelle campagne passate
Quando l’11 aprile 1987 il maestro Giuseppe Lombardo prese la parola nel Consiglio comunale di Forza d’Agrò, di cui era componente, per annunciare che nella frazione Scifì durante la realizzazione di un vigneto era emerso un pezzo di muro a suo dire di epoca romano-bizantina, si apsettava che si sarebbe messa in moto una macchina per scoprire le origini di quel sito e scrivere una nuova pagina di storia. Ma lo scetticismo dei governanti del tempo lo portò subito a capire che il rischio di perdere tutto era troppo alto. Così acquistò quel terreno destinato a vigneto, per metterlo al riparo anche dall’ignoranza e dalle ripicche, sperando che un giorno sarebbe emerso ciò che la terra nascondeva. A quasi 40 anni di distanza il sito archeologico di Scifì racconta ancora poco, nonostante studi e campagne di scavo che però non hanno permesso di fare piena luce. Lombardo ipotizzò che quel frammento di muro appartenesse ad uno degli edifici di cui si componeva l’originario monastero dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, poi sotterrato da un alluvione e nel XII secolo ricostruito dai normanni sulla sponda opposta del torrente. In parte distrutto da una frana e dal nuovo tracciato dell’attuale strada che conduce a Scifì, il sito venne interessato nel 1987 da una prima campagna di scavo, seguita da altri interventi nel 1995, nel 1997 e l’ultimo, più corposo, nel 2002, grazie al contributo dell’Università di Messina (in particolare la professoressa Grazia Spagnolo) e della Soprintendenza ai Beni ambientali e ambientali di Messina con l’archeologa Gabriella Tigano, che confermarono la datazione indicata da Lombardo e la presenza di un evento alluvionale che travolse il sito. La Soprintendenza ai Beni ambientali e ambientali di Messina ipotizzò la presenza di una villa tardo imperiale o di una sorta di “stazione di sosta”, forse una mansio, lungo il percorso Mylae-Tauromenium (Milazzo-Taormina). L'identificazione con la Statio Tamaricium resta però non dimostrata e l'interpretazione più prudente è quella di un consistente complesso rurale tardo-romano, forse collegato alla rete viaria della valle d’Agrò, come ha ricordato nei mesi scorsi l’Analisi topografica di un insediamento rurale tardoromano privo di continuità di vita, interessante studio condotto da Luca Casablanca dell’UnitelmaSapienza di Roma. La planimetria rivela un complesso tardoromano in due fasi (fine III-V sec. d.C.) e gli scavi hanno individuato finora i resti di una villula (piccola tenuta rurale di alto rango) con impianto sofisticato e una torre con aperture ad arco, chiave della fase costruttiva originaria (fine III sec.); dopo una probabile distruzione violenta nel tardo IV sec. d.C., sorse un nuovo edificio adiacente, fino alla distruzione violenta intono alla metà del V sec. d.C.. Solo una campagna di scavo può consentire di scoprire cosa si nasconde ancora a Scifì, come rilevato nell’ultimo anno ad Agrigento dove sono impegnate ben dodici missioni archeologiche sotto la guida di università italiane e straniere, dalla Normale di Pisa all’Università di Bologna, dagli atenei siciliani fino a Lisbona e Bordeaux. L’impegno di Archeoclub Area Jonica, ieri e oggi 
Giuseppe Lombardo sin da metà Anni 90’ si iscrisse ad Archeoclub Area Jonica, allora presieduta da Santino Mastroeni, che ebbe un importante ruolo per avviare le ricerche, così come un ruolo fondamentale fu quello dell’archeologa Maria Costanza Lentini, ex direttrice del Museo archeologico Naxos e funzionaria della Soprintendenza, che nei suoi studi ricorda come «l’ardore e la passione di Lombardo (scomparso nel 2002, ndc) hanno restituito all'archeologia uno di questi cosiddetti siti minori ma indispensabili per la conoscenza e la ricostruzione storica di un territorio». Oggi valorizzare e restaurare ciò che è stato scoperto, aprendolo al pubblico e inserendolo in un itinerario turistico alternativo, non può che essere il primo passo per non perdere un pezzo di storia. «Auspichiamo di riuscire ad attirare l’attenzione di università straniere e farle appassionare a questo sito per riprendere gli scavi - commenta Ketty Tamà, presidente Archeoclub Area Jonica - ci abbiamo provato con quelle siciliane ma senza riuscirci. L’area appartiene a privati che non hanno i mezzi per intervenire. Ci stiamo tentando in tutti i modi e non ci fermeremo». Archeoclub intervenne anche nel 2021, quando nell’area adiacente gli scavi il Comune di Forza d’Agrò effettuò una gettata di cemento per costruire un parco giochi, poi demolita su ordine della Soprintendenza in quanto creata senza autorizzazione in area sottoposta a vincolo archeologico e nella fascia di rispetto torrentizia. «Appare evidente che non si siano ancora comprese le potenzialità del sito - afferma Filippo Brianni, consigliere nazionale Archeoclub - che costituisce l'unica testimonianza forte sul territorio di quel periodo storico. L'importanza diventerebbe addirittura cruciale se, come affermato da Lombardo, dovesse in qualche modo riferirsi all'originaria costruzione bizantina del monastero dei Santi Pietro e Paolo d'Agrò. Per sapere cosa c'è sotto bisogna necessariamente scavare, non c'è altro modo: le altre fonti sono state scandagliate in tutti i modi dai vari studiosi. Come Archeoclub siamo stati presenti fin dal 1995 su questa vicenda e continueremo ad essere disponibili ad ogni iniziativa quando finalmente le istituzioni muteranno il loro atteggiamento verso questo sito».













