Martedì 21 Luglio 2026
Il nuovo dossier di Goletta Verde-Legambiente su erosione costiera, cause e soluzioni


"La guerra persa contro il mare è costata 72 milioni di euro: ecco quali sono le priorità"

di Andrea Rifatto | oggi | ATTUALITÀ

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L'erosione divora la costa

«I costi della “guerra al mare” su 10 chilometri di costa jonica, pari a circa 72,4 milioni di euro, non hanno rimosso alcuna causa dell’erosione costiera e oggi bisogna cambiare rotta perchè il modello attuale non è sostenibile. Serve un cambio di paradigma nella gestione della fascia costiera, dove la priorità non è più la ricostruzione continua delle opere danneggiate, ma la riduzione della vulnerabilità del sistema». A dirlo è il dossier “Coste siciliane alla deriva-L’assalto ai beni comuni, l’economia dei disastri e la speranza della resilienza”, pubblicato da Goletta Verde-Legambiente, contenente un’analisi sul degrado delle coste dell’isola e sull’erosione costiera, che secondo Legambiente spesso viene interpretata come una calamità naturale ma in realtà è il risultato dell’interazione tra processi naturali e trasformazioni antropiche: urbanizzazione, infrastrutture, modifiche dei bacini fluviali e interventi di difesa non coordinati. «Ogni tentativo di “fermare il mare” attraverso opere rigide tende a spostare il problema altrove - viene evidenziato - alterando gli equilibri sedimentari e generando nuovi squilibri. La costa deve essere letta come un sistema unitario, non come una somma di tratti isolati». Il dossier dedica  un focus alla “città lineare” tra Taormina e Scaletta Zanclea, uno dei casi più significativi di antropizzazione lineare in Italia dove popolazione non è distribuita uniformemente sul territorio ma è quasi interamente concentrata in una sottile striscia tra la ferrovia, la Statale 114 e il mare.  «L’erosione costiera non può essere interpretata come una somma di eventi locali - evidenzia Goletta Verde - ma come l’esito di un modello di gestione del territorio che ha privilegiato la difesa puntuale e l’intervento emergenziale rispetto alla pianificazione di lungo periodo. In assenza di un cambiamento di paradigma, ogni nuovo intervento rischia di inserirsi nello stesso ciclo, rafforzandone la logica invece di interromperla». 

Legambiente analizza gli interventi realizzati e in progetto, contestando 32 milioni di euro buttati a mare a Sant’Alessio Siculo per la barriera soffolta che «non è stata un investimento, ma un costo di manutenzione per un modello intrinsecamente fragile che non ha dato risultati» e definendo schema “suicida” quello adottato a Santa Teresa di Riva e Furci Siculo, con il primo comune che ha appena avviato opere da dieci milioni di euro per la costruzione di 14 pennelli in massi lavici e il ripascimento artificiale della spiaggia con 253.490 metri cubi di sabbia prelevata dal torrente Savoca, mentre il secondo ha manifestato l’intenzione di avviare una progettazione per la realizzazione di barriere sommerse, con una previsione di spesa di circa 20 milioni di euro. «È il paradosso dei confini comunali - contesta l’associazione ambientalista - sulla stessa spiaggia fisica si progettano interventi speculari e totalmente contraddittori tra loro: se funzioneranno, i pennelli di Santa Teresa di Riva impediranno il trasporto solido verso Furci Siculo, dove si prevedono opere che dovrebbero stabilizzare quella sabbia che non arriverà. Nel frattempo, a monte, le “sistemazioni idrauliche” dei torrenti continuano a bloccare l’apporto naturale di sedimenti verso il mare». Secondo Legambiente il progetto di salvaguardia della costa di Santa Teresa di Riva contraddice le premesse: «La relazione che integra il progetto riconduce correttamente le cause dell’erosione alla diminuzione dell’apporto solido proveniente dalle fiumare a sud, provocata da opere di sbarramento e dai prelievi di inerti - viene sottolineato - e attribuisce all’occupazione della spiaggia con strade litoranee e all’effetto riflettente dei muri verticali che le contengono la migrazione verso il largo dei sedimenti, sottratti al bilancio sedimentario. Infine, prende atto dell’inefficacia delle opere di difesa realizzate negli anni passati. Davanti a queste affermazioni ci si aspetterebbe che il progetto puntasse a rimuovere le cause dell’erosione correttamente individuate e descritte. Invece, sorprendentemente, prevede 14 nuovi pennelli in massi naturali, sia emersi sia sommersi, reiterando lo schema fallimentare delle difese frammentate».

Le soluzioni? Goletta Verde ricorda che, in occasione del ciclone Harry, le spiagge non occupate da strutture rigide hanno retto l’impatto delle onde senza subire alcun danno significativo. Esemplare è il caso di Nizza di Sicilia, dove il lungomare è sufficientemente arretrato da lasciare spazio alla dissipazione delle onde. Qui la spiaggia è tornata a essere come prima del ciclone. L’associazione ambientalista lancia cinque proposte: 1) tutelare in modo effettivo e uniforme la fascia dei 150 metri dalla battigia, senza eccezioni che ne indeboliscano l’applicazione; 2) avviare una politica di arretramento progressivo delle infrastrutture esposte come misura di adattamento; 3) dove la difesa è inevitabile, privilegiare soluzioni reversibili e adattabili, evitando infrastrutture rigide che alterano i processi naturali; 4) ripensare le infrastrutture a ridosso della battigia, privilegiando sistemi arretrati e integrati con le direttrici principali dell’entroterra; 5) ripristinare, dove possibile, il trasporto naturale dei sedimenti compromesso dalle sistemazioni idrauliche e dalle infrastrutture. La costa siciliana si trova oggi di fronte a una scelta strutturale: da un lato, la prosecuzione di un modello fondato sull’emergenza, sulla difesa rigida e sulla ricostruzione ciclica, dall’altro una transizione verso un modello basato sull’adattamento e sulla convivenza con la dinamica naturale del mare. Continuare a combattere il mare significa alimentare un ciclo di interventi inefficaci e costosi, riconoscerne la natura dinamica implica invece ripensare il rapporto tra insediamenti e ambiente. La trasformazione già in atto non è solo un problema, ma anche un’opportunità: la consapevolezza crescente dei limiti del modello attuale e l’impegno di comunità locali e associazioni indicano la possibilità di un cambiamento. Il futuro della costa siciliana non dipenderà dalla capacità di fermare il mare, ma dalla capacità di costruire un equilibrio nuovo tra società e ambiente. Un equilibrio che richiede scelte coraggiose e una diversa idea di sviluppo.


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