Il relitto romano di Capo Sant'Alessio, una storia da far riemergere per cultura e turismo
di Redazione | oggi | ATTUALITÀ
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Grasso e Mastroeni. Al centro alcune anfore
Oltre le importanti anfore, c’è qualcosa di più nei relitti delle navi romane di Sant’Alessio Siculo. In quei fondali c’è parte della storia della produzione di anfore di Sicilia, secondo Maria Rosaria Grasso, e c’è una parte di storia del territorio antecedente all’anno 1000 ancora da decifrare, secondo Santino Mastroeni. E poi, oltre la storia c’è anche il futuro, c’è il sogno di Archeoclub di realizzare all’interno di Villa Genovesi un collegamento permanente con quel relitto, per aumentarne le capacità di tutela e per valorizzarlo sul piano turistico e culturale. Spunti emersi dall’incontro che si è tenuto a Villa Genovesi, sede di Archeoclub Area Jonica Messina, organizzato in tandem con Archeoclub Area Ionica Etnea, intervenuta con la presidente Maria Rosario Grasso e la vicepresidente Ines Turrisi e diversi soci, in occasione delle Giornate europee dell’Archeologia. Dopo i saluti di Mario Gregorio, vicepresidente Archeoclub Area Ionica Messina intervenuto per conto della presidente Ketty Tamà, l’incontro è entrato nel vivo con la relazione dell’archeologa Maria Rosaria Grasso, che ha effettuato importanti studi sulle anfore siciliane, anche quelle denominate “tipo Sant’Alessio” – visibili oggi al museo di Naxos oltre che a Villa Genovesi - proprio in virtù delle prime evidenze archeologiche su questo territorio. Dalla relazione della Grasso sono emersi dettagli “tecnici” sulle anfore romane e anche importanti informazioni circa la loro produzione sul territorio siciliano, in particolare nord-orientale, per il trasporto di vino ed olio dalla Sicilia alle altre città del Mediterraneo dove questi contenitori sono stati rinvenuti. Santino Mastroeni, storico ex presidente di Archeoclub Area Jonica Messina, ha invece tracciato i passaggi storici che hanno portato alla scoperta del relitto e soprattutto alle prospezioni subacquee realizzate a largo di Sant’Alessio Siculo nel 1998 e 1999, con la struttura Marenostrum di Archeoclub d’Italia, grazie all’intervento dei gruppi di archeologia subacquea dei Carabinieri e della Guardia costiera e della Soprintendenza. In particolare, in quell’occasione venne evidenziato il relitto che si trova di fronte a Capo Sant’Alessio, lato nord, mentre resta da esplorare quello ancora più profondo che si trova nella stessa area, ma lato sud. «Dopo 26 anni da quelle ricerche – ha detto Mastroeni – andrà aggiornato il sito, anche per capire l’evoluzione dei due relitti a seguito dell’azione del mare, di mareggiate e cicloni e della realizzazione della barriera soffolta”. Interessante anche la testimonianza di Francesco Caminiti, uno dei sub che partecipò all’iniziativa.













