Martedì 17 Febbraio 2026
Il dossier di Legambiente che contesta scelte e politiche errate compiute lungo la costa


"Harry, cronaca di un disastro annunciato: la gestione fallimentare del litorale jonico"

di Redazione | oggi | ATTUALITÀ

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La devastazione a Santa Teresa

Presentato oggi a Messina il dossier «Il ciclone Harry-Cronaca di un disastro annunciato e della gestione fallimentare del litorale jonico”, redatto da Legambiente Sicilia sulle cause e gli effetti del ciclone e sulla condizione critica della fascia jonica compresa tra Giardini Naxos e Scaletta Zanclea. L’incontro ha messo in luce una realtà allarmante: un territorio dove l’elevata densità abitativa e le profonde trasformazioni urbanistiche hanno annullato la resilienza naturale di fronte ai cambiamenti climatici. Al tavolo dei relatori sono intervenuti Tommaso Castronovo (presidente di Legambiente Sicilia), Salvatore Granata, esperto dell’Osservatorio sull’erosione delle spiagge della provincia di Messina, e il prof. Nanni Randazzo, docente di Geologia ambientale e dinamica dei litorali all’Università di Messina. La violenta mareggiata ha devastato ampi tratti della costa siciliana, confermando quanto da tempo denunciato da Legambiente Sicilia: la crisi climatica è ormai una realtà concreta e i suoi effetti si manifestano con intensità crescente proprio nel Mediterraneo, riconosciuto come uno degli hotspot mondiali del cambiamento climatico. Temperature marine più elevate, innalzamento del livello del mare, eventi meteorologici estremi e piogge torrenziali stanno trasformando in modo irreversibile il profilo delle nostre coste, causando danni ambientali ed economici senza precedenti. Tra il 2009 e i primi mesi del 2026, in Sicilia sono stati registrati oltre 302 eventi estremi (tra fenomeni meteorologici, frane, alluvioni, siccità e mareggiate): 45 solo nel 2025 e 8 già nel mese di gennaio 2026, tra i quali il ciclone Harry. “Purtroppo non si è fatto, e non si sta facendo, quanto necessario per affrontare l’emergenza climatica” – dichiara Castronovo - da un lato, non si è proceduto con decisione all’abbandono delle fonti fossili per la produzione di energia e calore, sostenendo invece gli investimenti per accelerare la transizione energetica; dall’altro, non si è investito adeguatamente in politiche di adattamento agli effetti sempre più devastanti della crisi climatica. Al contrario, molte scelte recenti hanno aggravato le criticità esistenti». Gli effetti della crisi sono amplificati dalla fragilità dei territori costieri, conseguenza di decenni di scelte urbanistiche errate, interventi infrastrutturali inadeguati, abusivismo edilizio spesso tollerato – quando non apertamente favorito – e procedure amministrative talvolta eluse o distorte.Decenni di errori e scelte miopi in aree ad alto rischio hanno compromesso la naturale resilienza degli ecosistemi costieri.

Oggi il 77% della fascia costiera siciliana è a rischio erosione, mentre negli ultimi 15 anni è stato consumato oltre il 6% del territorio costiero. Il paradosso è evidente: a fronte di un calo demografico, la pressione edilizia continua a crescere, alimentando un modello insostenibile e incompatibile con la crisi climatica in corso. In particolare, il dossier evidenzia come l’area jonica si sia trasformata – dal 1954 a oggi – da un ecosistema di spiagge profonde e dune protettive in una “città lineare” iper-satura. Con picchi di densità che superano i 1.700 ab./km² (Giardini Naxos) e un carico antropico che in estate quintuplica le presenze (Letojanni), il territorio è ormai incapace di assorbire l’energia di eventi estremi come il recente ciclone Harry. Tuttavia, a ogni mareggiata, la risposta resta la stessa: “fermare il mare” con nuove barriere, nuovi massi e nuovi cantieri, alimentando la cosiddetta “economia dei disastri” , un modello che lucra sulla paura delle popolazioni esposte, attorno al quale convergono amministratori, tecnici e imprese. Un sistema che si cristallizza nell’emergenza permanente, proponendo soluzioni inefficaci. «Siamo di fronte a un paradosso tragico – sostiene Castronovo - si spendono milioni di euro di fondi pubblici per difendere ad oltranza strutture costruite spesso in violazione della legge, come la LR. 78/76, finendo per distruggere l’unica vera risorsa economica del territorio: la spiaggia». «Le opere rigide spostano semplicemente il problema più a nord o a sud, generando un effetto domino di erosione – ha precisato Salvatore Granata - è accaduto, ad esempio, a Galati Marina, dopo che nella spiaggia di Santa Margherita (Messina) è stata realizzata una barriera soffolta. È stato poi necessario costruire nuove barriere per proteggere il litorale, ma gli effetti dell’erosione si sono spostati progressivamente più a nord, fino a raggiungere la località di Mili Moleti”. A Sant’Alessio Siculo, ad esempio, sono stati spesi oltre 40 milioni di euro in opere che, lungi dal risolvere l’emergenza, hanno aggravato la perdita di spiaggia e i danni alle infrastrutture. Un vero e proprio “buco nero economico” che divora risorse pubbliche senza affrontare le cause climatiche e idrogeologiche reali. Nel corso della conferenza è stata affrontata anche la questione della ricostruzione delle infrastrutture danneggiate. Sebbene la Regione Siciliana abbia mobilitato risorse ingenti, il rischio – come segnalato da Salvatore Granata – è quello di un accanimento terapeutico: “Ricostruire nello stesso posto e nello stesso modo di prima, sperando che il risultato cambi, è irrazionale e fonte di spreco.” Sotto accusa anche i contributi a pioggia e i cosiddetti ristori, che verranno riconosciuti anche per i danni subiti da strutture balneari situate in aree a rischio elevato (R4), nonostante la loro evidente esposizione alle mareggiate e la mancata rimozione dopo la stagione estiva. Da qui la richiesta dell’associazione ambientalista di verificare la reale amovibilità delle strutture e la loro compatibilità con le norme del Pai Coste. «Eventi come il ciclone Harry non sono episodi eccezionali, ma il nuovo volto della crisi climatica – conclude Tommaso Castronovo – continuare a reagire come se fossero emergenze isolate significa negare la realtà. Serve un approccio sistemico, basato su mitigazione, adattamento, prevenzione e pianificazione sostenibile, fermando il consumo di suolo».

Le proposte di Legambiente Sicilia
1. Riforma della L.R. 78/76: modificare l’art. 15 eliminando l’eccezione per le “Zone B”. Il rispetto  della fascia di 150 metri deve essere assoluto, tanto più a ridosso delle zone classificate R4 (rischio molto elevato) dal PAI Coste. È un provvedimento a costo zero

2. Demolizione delle opere abusive realizzate entro i 150 metri dalla battigia.

3. Incentivi all’arretramento. Finanziare l’arretramento volontario degli immobili danneggiati. Non è un sussidio, ma un investimento a lungo termine per non lasciare alle future generazioni il conto di una difesa insostenibile.

4. Opere flessibili. Dove la difesa è indispensabile e l’arretramento impossibile, utilizzare solo opere rimovibili o adattabili, rinunciando a strutture rigide che riflettono le onde.

5. Ripensamento viabilità costiera. Ricondurre alla loro funzione di passeggiata lungomare le attuali strade tangenziali in frangia alla spiaggia, adattandole ed eliminando gli aggetti.

6. Pianificare un riassetto della viabilità a monte integrandola con quella principale già esistente (la S.S. 114 e l’ Autostrada A18).

7. Riequilibrio sedimentario. Riattivare la capacità di trasporto dei sedimenti da parte dei corsi d’acqua, compromessa dalle “sistemazioni idrauliche” che impattano sull’alimentazione dei litorali.

8. Strutture per la balneazione e per attività connesse, effettivamente stagionali, quindi da rimuovere a fine stagione estiva.

9. Concessioni e autorizzazioni demaniali: da rilasciare solo in presenza di PUDM (Piano di utilizzo del demanio marittimo), che deve essere redatto secondo obiettivi di adattamento ai cambiamenti climatici e minimizzazione dell’occupazione delle spiagge demaniali.

10. Rimozione dei servizi a rete (acquedotti, fognature, ecc.) dalle spiagge e dalle aree soggette a erosione meteo-marina.


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