Giovane ucciso a Milano, è di Alì Terme il poliziotto arrestato per omicidio volontario
di Andrea Rifatto | oggi | ATTUALITÀ
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Cinturrino, Mansouri e il luogo dello sparo
È di Alì Terme il poliziotto arrestato ieri mattina a Milano con l’accusa di omicidio volontario per aver sparato, lo scorso 26 gennaio, ad Abderrahim Mansouri nel boschetto dello spaccio di Rogoredo. Carmelo Cinturrino, 41 anni, è cresciuto ad Alì Terme e dopo aver frequentato l'istituto superiore "Verona-Trento" di Messina ha deciso di partecipare al concorso per entrare in Polizia, spostandosi dalla Sicilia una volta divenuto agente. Rientra spesso nel suo paese, in particolare in occasione dei mesi estivi e delle festività natalizie, trascorrendo diversi periodi con i genitori e la sorella, così come ha fatto anche nelle scorse settimane prima di tornare a Milano, quando è stato visto l’ultima volta insieme alla compagna. Ad Alì Terme la comunità è incredula e lo definisce un ragazzo sorridente e gentile, appartenente ad una famiglia stimata e rispettabile ritrovatasi adesso in una situazione per la quale non riesce ancora a darsi una spiegazione per fatti in merito ai quali preferisce non rilasciare dichiarazioni. L’assistente capo, che prestava servizio al Commissariato Mecenate, ha invocato da subito la legittima difesa per aver sparato al pusher 28enne di origini marocchine, ma per la Procura della Repubblica di Milano la sua ricostruzione è sconfessata da più testimonianze, dalle telecamere e dalle tracce genetiche. Le indagini, infatti, hanno smentito la sua versione e Mansouri sarebbe stato colpito mentre scappava disarmato. Le prove hanno fatto emergere un quadro accusatorio diverso e molto grave, quello del colpo volontario e della (tentata) messinscena: la pistola giocattolo messa di proposito di fianco alla vittima per «modificare la scena del delitto in modo da mostrare una situazione compatibile con la falsa versione», il ritardo di 22 minuti nel chiamare i soccorsi nonostante ai colleghi presenti avesse detto di averlo fatto, la paura da loro espressa per le ritorsioni se non lo avessero coperto. Cinturrino verrà interrogato oggi nel carcere di San Vittore dal gip Domenico Santoro per la convalida dell'arresto. Ieri è stata perquisita anche la casa al Corvetto dove convive con la compagna, sulla quale sono in corso accertamenti. Si valuta un suo eventuale coinvolgimento. Al poliziotto sono stati sequestrati due cellulari, uno dalla memoria cancellata. Per la Procura milanese la versione della legittima difesa è smentita da più elementi: «la posizione del corpo di Mansouri al momento dello sparo», l'assenza di una pistola, ovvero di una concreta minaccia da cui era necessario difendersi, la dinamica della caduta, la tempestività della chiamata dei soccorsi». E dalle testimonianze del teste oculare, un cittadino afgano che conferma che il 28enne «era al telefono e disarmato» e del collega di Cinturrino, che si trovava dietro di lui. Entrambe hanno «trovato numerosi e incontestabili riscontri». L'assistente capo ha colpito «coscientemente e volontariamente» Mansouri alla «sagoma», mentre «cercava una via di fuga, ancorché in un primo momento avesse minacciato, da circa trenta metri, il lancio di una pietra, ovvero avesse minacciato i poliziotti da una distanza incompatibile con la concreta possibilità di colpirli». Un quadro indiziario «allarmante» sulle «potenzialità criminali» del poliziotto. Il procuratore capo di Milano, Marcello Viola, ammette «l'amarezza» di «spiegare l'accaduto di vicende come questa che vedono coinvolte le forze dell'ordine ma con la consapevolezza che Procura e Polizia hanno compiuto accertamenti rigorosi senza fare sconti a nessuno». Poi con il capo della Squadra Mobile, Alfonso Iadevaia, che conduce le indagini coordinate dal pm Giovanni Tarzia, assicura «che è solo l'inizio». Il questore Bruno Megale, che ha aperto un'indagine interna al commissariato, è convinto che «abbiamo dimostrato di avere gli anticorpi per vicende di questo genere. Siamo in grado di contrastare le mele marce e in questo caso, dagli elementi che abbiamo, siamo di fronte a un caso di questo tipo». Il capo della Polizia di Stato, Vittorio Pisani, definisce Carmelo Cinturrino «un ex appartenente alla Polizia di Stato, anzi un delinquente».













