Lunedì 09 Marzo 2026
Incontro a Santa Teresa con tecnici ed esperti: la delocalizzazione è una delle ipotesi


Erosione costiera, ricostruire non è l'unica soluzione: "Bisogna pensare ad arretrare"

di Andrea Rifatto | oggi | ATTUALITÀ

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I relatori dell’incontro

Eliminare le strutture rigide dalla costa, individuando soluzioni flessibili per trasformare i centri abitati, fino ad immaginare una delocalizzazione lontano dal mare. Sono stati i temi centrali discussi nel corso della tavola rotonda “Dalla mancata prevenzione alle strategie condivise di adattamento al mare che avanza”, organizzata al Palazzo della Cultura di Santa Teresa di Riva dall’Anpi Messina Jonica-sezione “Francesco Garufi” e dalla Cgil-Camera del Lavoro, un’occasione per un esame tecnico e strategico delle misure per la ricostruzione dopo il ciclone Harry e per presentare le problematiche evidenziate dal disastro, lanciando alcune proposte per ricostruire in sicurezza, nel rispetto della natura e delle esigenze della popolazione e delle attività economiche. In apertura i saluti del sindaco Danilo Lo Giudice, che ha evidenziato la necessità di una regia unica con il coinvolgimento delle istituzioni sovracomunali per affrontare il problema dell’erosione costiera e snellire i tempi della burocrazia, alla luce dei fenomeni climatici estremi ormai frequenti che vanno affrontati difendendo le comunità; del segretario Cgil Messina Piero Patti, che ha ricordato i 10.000 lavoratori stagionali del turismo della zona jonica che nel 2027 rischiano di perdere l’indennità di disoccupazione e ribadito la necessità di una logica di prevenzione e non di emergenza; di Giuseppe Martino, presidente provinciale Anpi («serve visione ampia e bisogna attrezzarsi per il futuro») e di  Salvatore Gurgone, referente erosione costiera di Legambiente Sicilia («paghiamo l’eccessiva urbanizzazione della fascia costiera, ci siamo avvicinati troppo al mare e non bisogna compiere gli errori del passato»). Gli interventi, moderati da da Angela Maria Trimarchi, presidente Anpi Jonica, hanno preso il via con Marco Saetti, tecnico delle Scienze Quantitative, Fisiche e Chimiche e sindaco di Casalvecchio Siculo, che ha evidenziato l’esperienza positiva del Contratto di Fiume al quale hanno aderito 13 comuni jonici: «Bisogna capire che non c’è solo il proprio comune ma la possibilità di stare insieme - ha ribadito - serve un modo diverso di approcciarsi ai problemi dando risposte qualificate e migliori rispetto a quelle che possono avere le singole amministrazioni. Serve un cambio culturale importante per stare insieme». 

Giovanni Randazzo, docente di Geologia ambientale e dinamica costiera all’Università di Messina, ha evidenziato come in Sicilia esista dal 2020 il Piano regionale contro l’erosione costiera per agire a livello generale, ma si continuano a finanziare singoli interventi comunali decontestualizzati dall’ambito territoriale spesso basati su Piani di assetto idrogeologico non aggiornati e scollegati dalla realtà. «Bisogna eliminare le strutture rigide dalla costa e ricostruire le dune di sabbia - ha detto Randazzo - bene l’utilizzo di grandi quantità di sabbia per i ripascimenti, anche se quelli dei fiumi non sono adatti, ma costruire pennelli in mare blocca lo spostamento dei sedimenti». Salvatore Granata (Osservatorio erosione spiagge provincia di Messina-Legambiente) ha illustrati il dossier sulle spiagge redatto da Legambiente Sicilia dopo il ciclone Harry: «Non si può dichiarare guerra al mare perchè è persa in partenza e bisogna cambiare paradigma partendo dal basso -ha ribadito - e i pennelli previsti a Santa Teresa di Riva bloccheranno il trasporto di sabbia e tra qualche anno andrà in erosione la spiaggia di Furci Siculo». 

Enzo Pranzini, docente di Dinamica e difesa dei litorali all'Università di Firenze, autore di circa 300 articoli scientifici e di 15 libri su tematiche relative alla gestione dei litorali, ha ricordato come l’innalzamento del livello del mare sia una delle cause dell’erosione e che in futuro i ripascimenti non saranno sufficienti, spiegando come i sedimenti che vengono a mancare al sistema costiero dovrebbero essere compensati con 25 camion di sabbia per ogni metro di spiaggia, ossia con un ripascimento enorme che non sarebbe sufficiente con l’aumento anche solo di un metro del livello del mare nel 2100. «Bisogna cambiare paradigma e pianificare e progettare, anche se in un contesto di incertezza è molto difficile, strategie che dovranno essere continuamente riadattate al contesto - ha spiegato Pranzini - strategie flessibili e adattabili per far sì che non si perda tutto ciò che si è investito fino ad oggi, cercando soluzioni progettuali che qualora non vadano bene consentano comunque di capitalizzare l’impegno fatto. È un problema anche sociale, non siamo pronti per scelte di questo tipo che se fatte presto avranno costi inferiori, ma bisogna trovare il modo di portare le popolazioni ad accettare soluzioni di adattamento e trasformazione delle strutture, con opere flessibili e riadattabili, fino alla delocalizzazione con piani di arretramento strategico, anche graduali». Il docente ha ricordato come la Banca mondiale abbia calcolato che serviranno 18.000 miliardi di dollari per difendere una parte della costa mondiale dall’innalzamento del mare, ma il resto dovrà essere abbandonata: «Dobbiamo cambiare il modo di progettare - ha concluso - abbiamo sbagliato fino ad oggi a non definire strategie per il futuro e capire che solo dopo ha senso progettare opere flessibili e riadattabili. Le popolazioni devono capire la gravità della situazione e la necessità di cambiare strada tutti insieme».


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