Giovedì 23 Novembre 2017
Il borgo suscitò l'interesse, tra gli altri, del pittore e scenografo Fabrizio Clerici


Savoca negli Anni '50, deserta e silenziosa ma ispiratrice per grandi artisti

di Paola Rifatto | 04/08/2016 | STORIA

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Savoca negli Anni '50

Oggi Savoca è uno dei borghi più belli d’Italia ed è visitata da turisti attratti dal suo patrimonio storico-artistico, da manifestazioni culturali, da riti tradizionali, dai luoghi dove è stato girato il film “Il Padrino”. Ma intorno alla metà del Novecento il paese versava in uno stato di abbandono, tanto che Leonardo Sciascia, dopo un breve soggiorno, scrisse un articolo intitolato “Ritratto di un paese che muore - Attendono nel deserto la manna dei turisti” (“Il Giorno”, 12 maggio 1962). Tuttavia anche la Savoca di allora, silenziosa e deserta, attraeva gli artisti ed è interessante riscoprire, proprio ora che  è arrivata  “la manna dei turisti”, gli artisti che hanno tratto ispirazione dalla città dalle “sette facce”.

Oltre a Sciascia, cui il Comune ha dedicato qualche anno fa una targa ricordo, Savoca ha suscitato l’interesse degli scrittori Mario Praz , (“Il mondo che ho visto”, 1956) ed  Ercole Patti  (“I Notabili di Savoca”, 1971). Ma le “mummie” savocesi hanno soprattutto “impressionato” un grande artista del ‘900, il pittore e scenografo visionario Fabrizio Clerici (Milano 1913 – Roma 1993), considerato da Federico Zeri un capostipite del surrealismo in Italia. Nel dicembre del 1952 Clerici,  “…compiendo in compagnia di amici un breve soggiorno in Sicilia, restò colpito dal fasto barocco degli stucchi di Giacomo Serpotta negli oratori palermitani e dalle tombe della cripta della chiesa di San Francesco a Sàvoca. Avvia così il ciclo delle Confessioni palermitane, dipinte a olio tra il 1952 e il 1954”. (Archivio Fabrizio Clerici). In questi quadri “surreali”, denominati la “piccola”, la “media” e la “grande” Confessione, le elegantissime dame rococò di Serpotta sono rappresentate nell’atto di confessarsi, ma il prete che dovrebbe assolverle é una mummia rinsecchita, chiusa in una sorta di confessionale a vista. Il ciclo rappresenta una straordinaria interpretazione del barocco siciliano di cui vengono coniugate le due anime: il trionfo macabro della morte (le mummie)  e la sensualità (le dame serpottiane). La cripta dei Cappuccini, dunque, è stata la prima fonte di ispirazione di questo grande artista, ispirazione poi rafforzata dalla visita a Palermo dell’oratorio di San Domenico e delle catacombe dei Cappuccini.
Clerici fece altri viaggi in Sicilia ed ebbe con l’Isola un forte legame, caratterizzato anche da significative amicizie. Tra i suoi amici siciliani Vincenzo Consolo, che ne fece il protagonista del romanzo “Retablo”, Leonardo Sciascia, che scrisse su di lui pagine bellissime e Gesualdo Bufalino, che dettò la lapide per la casa toscana del pittore. 

Fabrizio Clerici, Confessione palermitana (1954)


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