Martedì 21 Novembre 2017
Riti popolari, pensieri di artisti e aneddoti sui 'notabili' custoditi nella cripta


Le mummie di Savoca, dal macabro all'allegro nei racconti di Sciascia e Corbar

di Paola Rifatto | 17/10/2017 | STORIA

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Le mummie nella posizione originaria nelle nicchie

Mentre le Catacombe dei Cappuccini di Palermo, sia per il numero delle mummie che per il contesto in cui sono esposte, vengono considerate uno dei luoghi più impressionanti da visitare al mondo, nella cripta del convento dei Cappuccini di Savoca, accanto al senso di morte, si può cogliere “un’aria ruvida e casalinga di campagna” (Ercole Patti). Si racconta che negli Anni ’40, quando le feste religiose erano una delle poche occasioni di svago per grandi e piccoli, ad agosto, durante i festeggiamenti in onore di Santa Lucia, patrona di Savoca, frotte di ragazzi e ragazze arrivassero a piedi dalle vicine contrade: dopo aver visitato la Santa, mangiavano qualche fetta d’anguria, compravano ‘a calia e poi si recavano alla Chiesa dei Cappuccini. Alcuni, più timorosi, restavano in chiesa, altri spinti dalla curiosità, attraverso la botola, scendevano nella cripta e buttavano i ceci nelle bocche spalancate delle mummie, per sentire il rumore che producevano scendendo nei corpi disseccati. La discesa attraverso la botola, posta sul pavimento della Chiesa di San Francesco, durò fino alla fine degli Anni ’70, quando fu ricavato l’attuale ingresso.

Leonardo Sciascia, che fu a Savoca nel 1962, visitò solo la chiesa, evitando di scendere nei sotterranei, “in cui i morti stanno, in piedi nelle nicchie, a far macabro carnevale”. Lo scrittore Ercole Patti, che si recò a Savoca nel 1971, si avventurò attraverso la botola per la scala che porta alla cripta, non senza qualche timore. Così scrive infatti: “Mentre scendiamo ci passa per la testa per un attimo il dubbio assurdo che il monaco abbassi improvvisamente la botola sulle nostre teste e ci chiuda nel sotterraneo”. Patti coglie nelle catacombe di Savoca “un’aria ruvida e casalinga di campagna” e si sofferma a descrivere l’abbigliamento dei notabili: “un avvocato dei primi dell’Ottocento porta un cappello a cilindro calato sugli occhi vuoti; un altro avvocato dai calzoni neri larghi e lunghi sembra stia svolgendo un’arringa, col capo buttato all’indietro e la bocca aperta, quasi tutti sono con le bocche aperte, taluni spalancate, come per urlare mettendo in mostra ancora qualche dente”. Nel suo racconto “I notabili di Savoca” prevale un’atmosfera familiare, un accordo tra passato e presente, un rapporto stretto tra vita e morte, impersonato dall’unico monaco rimasto, che trascorre nel convento lunghi silenziosissimi inverni in compagnia delle mummie che sorveglia e aggiusta, rimettendo a posto “una falda di giacca che minaccia di sfilacciarsi, un bottone che si è staccato, una testa che ciondola troppo in avanti, il cappello a cilindro dell’avvocato che è calato eccessivamente sul naso rosicchiato……” .

Se Patti coglie nella cripta un’aria casalinga quasi da “vecchia cantina di casa privata di paese”, il pittore milanese Renzo Corbar (Soresina 1923, Milano 1989) che si recò a Savoca nel marzo del 1978, trova addirittura le mummie “allegre”. Dotato di grande senso dell’umorismo e amante del buon vino, Renzo Corbar, dopo la visita alla cripta, disegna tre mummie alloggiate nelle nicchie, di cui una con un fiasco di vino in mano, e commenta “I morti ‘nta nnicchia sono le persone più allegre di Savoca”. Tuttavia al rientro a Milano, durante una malattia, in preda alla febbre alta, il ricordo delle mummie si trasforma in un incubo: “Una notte mi sono sognato nel delirio di essere attaccato alle nicchie, però quando ero scomodo mi svegliavo e allora passava l’incubo di Savoca…”.

Oggi le mummie non sono più “attaccate” alle nicchie: dopo l’atto vandalico del febbraio 1985, quando furono imbrattate con vernice ad olio, è stato condotto un lungo e complesso lavoro di restauro, diretto dall’etno-antropologo Sergio Todesco (Soprintendenza Beni culturali di Messina), e nel 2011 sono tornate nella cripta, alloggiate in posizione orizzontale, in quanto la collocazione verticale richiederebbe ulteriori interventi. É auspicabile che in futuro si possano realizzare tali interventi e che i "notabili di Savoca” tornino a mostrare la loro identità negli alloggi verticali dove un tempo furono posti, tornino cioè ad essere “i morti ‘nta nnicchia”, come sono stati sempre chiamati nella Valle d’Agrò. 


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