Mercoledì 22 Novembre 2017
La prospettiva di chi da 30 anni vive il paese in l'estate con un forte richiamo


Scaletta Zanclea raccontata da una "turista": storie, leggende e personaggi del borgo

24/09/2017 | OPINIONI

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Daniela Di Palma vive ad Aversa, in provincia di Caserta, ma da 30 anni trascorre le vacanze a Scaletta Zanclea, paese della famiglia del marito. Una cittadina che è divenuta uno dei suoi luoghi del cuore perché lì ha ricordi, amici, sensazioni che ogni anno e da così lungo tempo sostengono il richiamo verso il paese. Docente di Inglese al Liceo Scientifico di Aversa, si diletta di scrittura e questa estate ho scritto un testo su Scaletta inviandolo al nostro giornale. Lo pubblichiamo di seguito.

La Sicilia da un’altra prospettiva

Ritornare nei luoghi del cuore significa attivare un percorso interiore a ritroso nel tempo dove è possibile ricongiungersi con quegli spazi esteriori che si fondono con quelli interiori perchè carichi di emozioni, di eventi e di relazioni importanti depositari di affetti e ricordi ormai consolidati. Ma soprattutto la consapevolezza di sapere esattamente come ti sentirai quando ritroverai il tuo “luogo”, ti fa capire che hai raggiunto una delle poche certezze della vita, anche se ti trovi ad essere figlia adottiva di quel posto. Scaletta Zanclea, paese e borgo in provincia di Messina, non è una destinazione turistica e non vuole considerarsi tale, anzi sembra totalmente serena rispetto al fatto che, se non mette in atto quel complesso di attrattive tipico delle destinazioni turistiche che possono soddisfare i bisogni e gli interessi di un ipotetico visitatore, continua a vivere tranquillamente con i suoi 2.272 abitanti, affacciata sullo Stretto di Messina e a cinquanta minuti di traghetto dalla Calabria. Via Roma è l’arteria principale, l’unica, attraversata da tutti coloro che viaggiano lungo la costa jonica tra Messina e Taormina, in mezzo altri paesi come Itala Marina, Alì Terme, Nizza di Sicilia, Roccalumera, Furci Siculo, Santa Teresa di Riva, Sant’Alessio Siculo, Forza d’Agrò, Letojanni. Li si percorre su quaranta kilometri. 

Guidomandri è una frazione di Scaletta ed entrambe hanno alle spalle e nell’entroterra un vissuto storico che si realizza in un passato medievale testimoniato da siti di interesse artistico che si scoprono col tempo. Se lascio via Roma e passeggio a piedi in salita verso i due paesi, percorro lunghe file di frutteti che parlano dei colori e degli odori di Sicilia, tra fichi verdi e d’India, more, ulivi, magnolie, gelsomini, rosmarino, limoni, aranci, incroci di pompelmo e mandarini (mapo). Questo fino allo scorso anno. La siccità e gli incendi hanno maledettamente segnato anche queste zone devastando ampie aree dai meravigliosi colori e lasciando in tutti amarezza e sgomento. Raggiungo il paese medievale di Scaletta Superiore a 194 metri sul livello del mare con duecentoventicinque abitanti e antiche vestigia di una passata ricchezza. E l’atmosfera cambia. Il Castello, antica rocca costruita per volontà di Federico II intorno all’anno 1220, sorge in posizione strategicamente perfetta sullo Stretto di Messina e il litorale jonico della Sicilia.  Feudo dei principi Ruffo ed alleati fedeli degli Spagnoli, durante la rivolta anti spagnola di Messina, venne assediata ed espugnata dai francesi poco dopo la caduta di Taormina. Nel Castello visse la sua prima giovinezza la spregiudicata Macalda di Scaletta, baronessa di Ficarra e moglie di Alaimo di Lentini, uno dei protagonisti dei Vespri Siciliani. Ma il Castello ha visto il susseguirsi di gesta di personaggi come l’Imperatore Carlo V che vi sostò nel 1535 e il Re Vittorio Amedeo che, nel 1714, fu ospite del Principe Antonio Ruffo, ultimo feudatario di Scaletta. Nel 1969 il principe Sigerio e la principessa Ludovica Ruffo donarono il castello al Comune di Scaletta.

Quando riscendo giù in strada mi lascio alle spalle il vecchio maniero ricco di miti e leggende e mi rituffo nel vortice di via Roma attraversata da case e negozietti, dai banchetti del pesce sempre fresco (gamberi, pesce spada, ala lunga e totano, le specialità), dalle panchine dove le anziane si intrattengono per lo più il pomeriggio e gli anziani la sera a “vigilare” il passeggio, il viavai delle macchine e gli amici di sempre, pescatori e nativi che vivono li e quelli che, emigrati altrove in varie zone d’Italia, ci ritornano d’estate cedendo al richiamo affettivo che si portano dentro. Incontro poi il mare… cristallino e mutevole, che ogni giorno offre uno spettacolo diverso, ma ogni notte lo stesso incanto delle lampare che punteggiano come stelle lo specchio scuro e fermo e da cui la luna staziona, sempre visibile, e a una distanza ogni notte differente… poi  il vento e la spiaggia di ciottoli, libera, vasta e senza impegno dove sostano perennemente le barche dei pescatori e gli ombrelloni di palme e legno improvvisate dai locali che raggiungono il mare più spesso il pomeriggio che la mattina. Si arriva alla spiaggia passando attraverso i ponticelli allineati lungo la “vinedda”; questo viottolo scorre parallelo alla via principale e costeggia i binari dove il treno, devo dire, passa sempre meno spesso. I sapori locali li sento attraverso la gente, quella che incontro per strada accogliente e felice di ritrovare ogni anno i suoi turisti affezionati che riempiono il paese, gli amici o gli anziani che fungono da memoria storica e che spesso ricostruiscono per te il vissuto tessendo gli aneddoti e le leggende di un contesto che sembra a tratti lontano dal tempo e dallo spazio comune.

Questo riavvolgersi del tempo è ipnotico e illuminante, sembra risollevarti dalla realtà e ti dà il senso di una forte identità culturale scritta nei ricordi, nelle credenze e nei costumi popolari che ancora oggi segnano il vissuto della gente e che ispirano al tempo stesso ilarità e consapevolezza. Le figure che segnano il tessuto sociale qui le ricordano tutti: Donna Maria Funnara, la fornaia, Ciccio Coco, che lavorava e cuciva a mano reti da pesca, Zio Matteo, pescatore con i grossi baffi all’insù… Ascoltare è rivivere, risentire le voci e capire una cultura anche attraverso piccole manie come l’abitudine di attribuire soprannomi  sempre legati a eventi e figure particolari e che in siciliano suonano come vere e proprie armonie. É il modo sintetico ed esplicativo di riassumere in una formula ironica ma veritiera il profilo caratteristico di qualcuno che in tal modo diventa immediatamente riconoscibile. E dietro a ogni nome c’è una storia che sistema il protagonista in un parametro condiviso da tutti e che qui lo accompagnerà per sempre. Così scorrono i vari Lupitto (Lupo di mare), Nino Panzazza, Cefalo, grande nuotatore morto a 100 anni, Don Carmelino ghiecco (balbuziente), Don Mici Domenico ‘Nascazza’, ‘Piracchio’, ‘Spaitimulo’,Quaglitta, Nino ‘Muggaro’, che usava la murga per fare il sapone, Angelo Manganaro detto Tripizzi pescatore e tanti altri ancora…  Sorrido e mi emoziono perché ritornare nel proprio “luogo” significa anche riscoprire tante altre radici, ritrovarle e accantonare per un  momento la propria prospettiva che riprende alla fine dell’estate il suo quotidiano arricchita e in un certo senso rasserenata. Anche questo è un modo per andare in ferie, uno stile vacanziero non proprio classico ma sicuramente un classico di evasione pura.

                                                                                          Daniela Di Palma


COMMENTI

Giovanni Auditore | il 24/09/2017 alle 13:09:43

Bellissima descrizione del mio paese di origine, che ho dovuto abbandonare all'età di 22 anni per motivi di lavoro...ma che ci torno spesso e volentieri. Io ti ringrazio di cuore e ti chiedo se posso condividerlo.

Sidoti Marianna | il 24/09/2017 alle 22:00:22

Bellissime parole scritte in questa lettera,racconta la bellissima storia di Scaletta,complimenti al lei e al meraviglioso paese descritto in tutti suoi particolari.

Beatrice Raneri | il 01/10/2017 alle 15:12:17

Sono nata e vivo a Napoli, figlia di un guidomandriota. Dei miei 68 anni almeno 50 estati le ho trascorse a Scaletta. Hai descritto questo angolo di paradiso magnificamente. Tra i vari personaggi, che con i loro soprannomi, rendono tipici questi luoghi, non hai nominato don Nonfannenti, bombolaio nelle vicinanze del bar Ingemi, grande lavoratore a differenza del suo nomignolo.

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