Mercoledì 23 Agosto 2017
In un Paese in crisi la valorizzazione delle competenze può essere la strada verso la luce


La cultura classica ci salverà?

di Rosangela Todaro | 17/07/2014 | OPINIONI

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Durante la serata conclusiva della 60esima edizione del Taormina FilmFest, tra i giovani emergenti e i veterani del cinema internazionale che si sono succeduti sul palcoscenico, ho trovato molto interessante l’intervento  del produttore Jim Gianopulos, presidente di Fox Entertainment Group, una delle società di produzione cinematografica più importanti negli Stati uniti e nel mondo. Ne sono esempio i film che ha prodotto negli ultimi anni: Titanic, Casper, X- Men, Moulin Rouge, la serie dell’Era glaciale e di Star Wars, Avatar, Vita di Pi e tanti altri. Gianopulos ha esordito con i saluti e i ringraziamenti, in lingua italiana. Poi ha preso spunto dalle sue origini greche, che coincidono con quelle del teatro nel quale si svolgeva la manifestazione, per evidenziare quanto le antiche civiltà greca e romana siano alla base della cultura occidentale contemporanea. Il suo stesso successo è strettamente collegato agli studi dell’arte e dei testi classici antichi, tra l’altro determinanti per la sua formazione, che gli hanno permesso di farsi interprete dei gusti di milioni di spettatori in tutto il mondo. Le sue parole di rivalutazione della cultura di tipo classico e tradizionale mi hanno confermato di quanto questa possa rappresentare un valore aggiunto, se supportata dalla capacità manageriale e dalle tecnologie avanzate del terzo millennio, per conseguire dei risultati “unici” ed “eccellenti”. 

In particolare ho riflettuto in merito al modello della pubblica istruzione italiana, spesso frettolosamente definito “obsoleto”. Sicuramente presenta degli aspetti che vanno riconsiderati, come ad esempio la necessità di una maggiore dinamicità e un’attenzione crescente verso le innovazioni, le tematiche che emergono dal mondo del lavoro e dal mercato globale, senza però rinnegare le radici culturali classiche che lo contraddistinguono.  
Alla luce di queste considerazioni ritengo che l’Italia si debba affrancare dal complesso di inferiorità che la affligge, anche per quanto attiene il "sistema istruzione”, rispetto a quello di altre realtà, solo perché vantano una situazione economica migliore. Se il livello di alfabetizzazione di uno Stato è strettamente collegato allo sviluppo economico, in Italia, da anni, assistiamo ad un fenomeno che contraddice questo principio e rappresenta uno dei fattori che ne intralciano la ripresa. Nell’indifferenza generale, migliaia di neolaureati si formano nelle università italiane, con un notevole impiego di risorse anche finanziarie, e sono poi costretti a “fuggire” all’estero in cerca di un lavoro, soprattutto dalle regioni meridionali. Trovo sia assurdo e inaccettabile che un Paese in recessione economica, come è il nostro, “regali” ai Paesi emergenti e al Nord Europa, le sue migliori risorse umane e intellettuali. Se vogliamo continuare a far parte del gruppo del G7, se davvero vogliamo riavviare un processo di crescita, di sviluppo economico-sociale, e rendere il sistema Italia competitivo e moderno, dobbiamo dedicare più risorse alla ricerca, incentivare gli investimenti e rivedere le regole del mercato del lavoro.
Se non intervengono dei cambiamenti di tendenza a breve termine, mi chiedo: quale sarà il destino dell’Italia? Non basta solo prendere atto delle proprie inefficienze e fare buoni propositi per il futuro. E il presente?

Più informazioni: rosangela todaro  


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