Martedì 22 Agosto 2017
Due giovani migranti hanno raccontato la loro esperienza in un incontro a Itala


La storia di Yvan e Mamadou: "Fuggiamo dalle guerre, non vogliamo rubarvi il lavoro"

di Andrea Rifatto | 15/06/2017 | ATTUALITÀ

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Trimarchi, Yvan, Mamadou, Bello, Foti e Micali

Yvan ha 18 anni, Mamadou 17. Il primo è arrivato in Italia tre anni fa dal Camerun e vive in una famiglia di Messina, l’altro lo scorso febbraio dalla Guinea e alloggia nella città dello Stretto all’Istituto Antoniano. Storie diverse ma non più di tanto: li unisce quel viaggio della speranza che dall’Africa li ha portati in Sicilia, solcando il Mediterraneo su carrette del mare dove un’onda più impetuosa può decidere se lasciare vivere o far morire. La loro voce, la voce di chi scappa da guerre in cerca di mondi migliori, è giunta fino a Itala, dove hanno raccontato le loro storie nel corso di un incontro organizzato dalla Pro Loco e dai giovani italesi. Con loro Maria Fatima Trimarchi, volontaria della Croce Rossa Italiana di Messina, una “mamma” per quanti, soprattutto minorenni, dopo lo sbarco hanno bisogno di essere accolti, accuditi, dopo mesi o anni di viaggio tra violenza e morte, e che poi li aiuta a studiare e inserirsi. “Solo l’1% dei migranti che sbarcano sulle nostre coste rimangono in Italia – ha evidenziato Trimarchi – e arrivano qui spesso in condizioni, scalzi perché le loro scarpe potrebbero bucare le imbarcazioni fatiscenti su cui viaggiano. E biaogna considerare come ormai non esista più la figura dello scafista ma al timone si trovano ragazzi un po’ più furbi degli altri a cui alla partenza vengono consegnate una con bussola per seguire la rotta e una radio per avvisare i soccorsi”. Yvan e Mamadou, come migliaia di altri loro connazionali, hanno pagato tra 1.500 e 2.000 euro per la traversata, al culmine di un lungo viaggio in Africa che può durare anche due anni e costare fino a 10mila euro”, con il rischio di morire all’arrivo in Libia, dove ti sparano anche per uno sguardo di troppo a una ragazza”.

“Noi non veniamo qui per rubarvi il lavoro, non abbiamo mai fatto del male ai bianchi, vogliamo solo integrarci e ritengo che questo non sia difficile” – dice Yvan, che evidenzia come l’Africa sia ancora oggi schiava dell’Europa e viva immersa nella corruzione. “Prima di farci aiutare dagli altri dovremmo aiutarci noi stessi – aggiunge – e il nostro problema è che molti si rifiutano di studiare e senza ragionare con la nostra testa saremo sempre sotto controllo dei prepotenti”. “Vedevo l’Europa come un piccolo paradiso – confessa Mamadou – i giovani avevano cose che io non avevo e volevo avere anche io un futuro”. Un futuro incerto, anche se entrambi un giorno vorrebbero tornare al proprio paese “perché non dimentichiamo mai da dove veniamo”.

“Solo una piccolissima percentuale di italiani pensa che voi veniate qui per rubare il lavoro o delinquere – ha sottolineato Matteo Bello (Pro Loco e Giovani di Itala), affiancato da Gioele Micali e Jimmy Foti. “Partite con lo svantaggio di essere etichettati da alcuni come stranieri pericolosi, ma sono persone che non hanno la capacità di vedere la realtà come deve essere”. Il dibattito ha toccato anche alcuni luoghi comuni, come il fatto che gli immigrati che giungono in Italia siano mantenuti dallo Stato, e si è giunti alla conclusione che anche loro hanno diritto di avere ciò che abbiamo noi, perché non sono numeri ma persone, non si può fare differenza tra noi e loro. “Anche perché anche noi italiani siamo emigrati in passato – ha evidenziato Micali – e abbiamo vissuto storie analoghe”. I due giovani hanno poi chiesto al sindaco Nino Crisafulli, presente all’incontro, se nel comune di Itala esistono strutture di accoglienza. Il primo cittadino, ribadendo come sugli immigrati non si possa fare di tutta l'erba un fascio, ha risposto come la soluzione migliore sia l’integrazione diffusa nelle comunità locali e non la realizzazione di centri di accoglienza.


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